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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

La scommessa vinta

Quando bisogna dirlo, diciamolo. Con Osimhen il Napoli ha fatto un investimento straordinario. Quando è il caso, diamo merito alle scelte fatte. Se oggi possiamo sognare, è soprattutto grazie a questa scommessa vinta.

Mario Sellitti - Napoli 

 

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    Tre punti fondamentali, per il momento particolare del cammino azzurro e per i riflessi immediati in classifica. Ma della partita al Dall'Ara rimarrà impresso il ricordo dei brividi finali, quando Orsolini ha divorato le residue speranze bolognesi, mai state molto solide in realtà, ad un metro da Ospina. Momenti emotivamente forti, che non dovrebbero appannare, però, una chiara consapevolezza: il Napoli ha dominato per l'intera gara, tenendo il campo con autorità e riproponendosi come una realtà concreta, seppure ancora in divenire. I patemi finali, più che esprimere le incertezze di una difesa mai in affanno, confermano solo uno degli assiomi fondamentali del pallone: le partite vanno chiuse in tempo debito. L'imponderabile è sempre dietro l'angolo, specie nella concitazione folle e mai prevedibile dei minuti finali.
    Ed è così che proprio nel giorno in cui Osimhen torna al gol, le chiacchiere rimbalzano sul modulo offensivo e sulla forma di chi lo compone. Non è il caso di gettare la croce addosso a nessuno, specie in  un momento come questo, difficile e delicato per mille motivi. Ma è ormai chiaro che i disagi di oggi si identificano con lo stato di forma di un solo uomo: Mertens. Lozano, sia pure con le sue prestazioni oscillanti, si sta riproponendo come una realtà ormai felice e poco può imputarsi ad Osimhen, che si rivela valore aggiunto solo in un collettivo che sfrutti ripartenze e lanci veloci. Su Insigne c'è poco da soffermarsi, poichè -al di là delle simpatie- sta confermando il suo abituale livello di gioco. Il solo Ciro è in ritardo di forma e di magìe, proprio nel modulo creato su misura per il primo degli intoccabili. Aspettare fiduciosi è un atto dovuto al re dei bomber azzurri.
    Un altro dovere, quello dell'onesta morale, impone di tributare i meritatissimi elogi a Daniel Ospina, figura poco appariscente ma di concretezza estrema, anti-eroe arrivato a Napoli come ripiego provvisorio dopo l'infortunio di Meret. Il colombiano ha giocato controcorrente, invertendo la graduatoria con un giovane compagno predestinato alla porta azzurra e ad una plusvalenza da favola. Nelle sue mani (e fra i suoi piedi) c'è una delle sicurezze del Napoli rampante di oggi.

(Fa.Cas.)
 

    A voler essere franchi, c'è poco da meravigliarsi. Il Napoli le prende dal Sassuolo nello stesso modo in cui ha ceduto in casa all'AZ: senza segnare. Due partite che vanno in coppia e certificano il fallimento di una spiegazione: in Europa League la deconcentrazione c'entrava poco. Certo, le dinamiche di due capitomboli sono agli antipodi: gli olandesi hanno difeso ad oltranza, mentre il Sassuolo ha palleggiato con padronanza assoluta. Ma il denominatore è comune: il Napoli non fa male. E la misura dell'incapacita azzurra a produrre occasioni ci è data dai numeri: in cinque partite, gli emiliani avevano già subito nove reti. Una difesa tutt'altro che granitica, ad essere obiettivi.
    Continuare ad insistere sull'approccio alla gara significa nascondere una verità palese. Al Napoli capita di incepparsi, la manovra è lenta e prevedibile, la scintilla non c'è. Farà discutere il rendimento di Mertens, appannato oggi come in altre occasioni. Ma è semplicistico (e forse ingrato) gettare la croce su un totem ormai trentatreenne, vittima di cali umani e anagraficamente prevedibili. Ma se Ciro non ci accende, è il buio. Bakaioko e Fabian non possono garantire nulla in termini di palleggio, velocità e spunto vincente. Manca Insigne e Lozano torna impalpabile: il fallimento - in fondo- è una conclusione prevedibile.
    Insomma, è una di quelle sconfitte maturate nei tempi giusti per trarne giovamento. La presa d'atto dei problemi imporrà i correttivi del caso, a patto di riconoscere alcuni limiti strutturali e scoprire la reale vocazione di Zielinski (che ha tutti i numeri per spaccare partite come quella odierna) o di Elmas, uomo di potenzialità reali ma ancora inespresse. Si spegnerà sugli azzurri qualche faro acceso con troppo anticipo. Ed è un gran bene: se ad inizio novembre si parla del Sassuolo come l'anti-Milan, qualcosa non quadra e molto altro deve ancora accadere.  Nel frattempo, conviene volare basso, anche se su al Nord ridono in pochi.

(Fa.Cas.)

 

    Il ritorno di Insigne e un esterno basso di ruolo. Il 4-2-3-1 dei titolari è di scena solo a Benevento, un turno dopo l'exploit con l'Atalanta. Al Vigorito, una gara per chiarire idee ed ipotesi date subito per scontate: il nuovo capitombolo del'Atalanta e l'inopinata sconfitta in Europa League avevano già indebolito convinzioni e pesi specifici. Benevento ha confermato che l'identità della squadra è una bozza in divenire, da rifinire in alcuni casi e da modificare in altri. Tre tempi senza gol contro squadre votate alla sola difesa attivano un allarme concreto: quattro attaccanti non bastano, se l'innesco si inceppa.
    La trovata di Inzaghi non è inedita, nè un colpo di genio, ma funziona. Certo, si copre, ma -soprattutto- piazza due uomini su Bakaioko e Fabian e lo scugnizzo Schiattarella su Mertens. Quanto basta per rendere asfittico il gioco azzurro: se dal gigante nero ci aspettiamo molte coperture e poche invenzioni, impossibile attenderle da Ruiz, che certo non ci ha mai stupito per svelocità, spunto, capacità di saltare l'uomo e creare superiorità. Ecco il ricorso storico: i due centrali in mediana devono associare  presenza fisica a piedi educati e veloci. Proprio la premessa su cui anche Benitez pagò (e caro) il suo tributo. Il rientro di Zielinski chiarirà molto in tal senso.
   Le note liete non mancano. L'efficacia di Politano e Petagna, la capacità di cambiare in corsa uomini e atteggiamento tattico, il carattere di una squadra che non molla. Insomma, matura la consapevolezza di un organico di qualità, un po' meno quella di un attacco che non perdona, anzi. La corrente alternata di Lozano e le fluttazioni di forma di Mertens lasciano un retrogusto amaro nell'attesa del prossimo impegno. Una cosuccia tutt'altro che semplice, in Spagna, alla prima prova della verità in Europa. Siamo ad Ottobre, eppure già si suda.

(Fa.Cas)

 


   

    C'è un "prima" ed un "dopo" in molte cose. Il 17 ottobre segna il passaggio tra le belle speranze e la concretezza, tra la fiducia incondizionata e la consapevolezza di una realtà evidente: il Napoli fa paura. Quella che puo' sembrare la prosecuzione naturale di un abbrivio cominciato con Gattuso è, nella realtà, un cambio di marcia molto più radicale e -soprattutto- già avviato. Perchè un nuovo modulo, in sè, è uno stravolgimento di dinamiche ed equilibri, è la riformulazione di una alchimia che ha bisogno di interpreti su misura e grosse qualità. Il nuovo Napoli, se queste straordinarie premesse avranno il loro seguito, non può prescidere da tre cardini: Osimhen, Lozano, Bakayoko. Va riconosiuto onore al merito di aver inseguito le pedine giuste e di aver confermato un presunto flop. Un atto dovuto ad un investimento serio, certo. Ma la fiducia esprime competenza, specie quando arriva a sfiorare l'ostinazione.
    Intendiamoci: nessuno sottovaluta il resto. Non è possibile dimenticare il valore aggiunto (o restituito) di Koulibaly e quello di Martens sottopunta, come è impossibile ignorare la vastità di un organico finalmente equilibrato, che può assorbire bene gli stress di assenze improvvise mai quanto oggi. Individuato lo schema giusto, l'ampiezza di una rosa senza stelle diventa la rimodulazione di una idea vincenta. Se il Napoli scrive una pagina importante senza Insigne e Zielinski -due fra i valori assoluti- ciò è segno di una realtà già consolidata eppure ancora in divenire. E' la potenzialità il valore che oggi incanta e convince.
   La contadina umiltà di Gattuso sembra perfino amplificare i meriti. Difficile aspettarsi cali di tensione, proclami pretenziosi, vuoti di intensità durante la settimana. Le parole di Rino sono l'eterno elogio del  lavoro quotidiano: la partita di Torino è un rimpianto agonistico, molto più che uno scempio legale. Il Napoli di oggi è più proiettato sulle sue potenzialità che non su sentenze insignificanti. Alla fine, sono i rantoli di chi ha il fiato corto. Basta sedersi ed aspettare.

(Fa.Cas.)

 


   

 


 

   I numeri parlerebbero chiaro, molto chiaro. Sei punti, otto gol segnati,  nessuno subito, primo posto in classifica. Attendiamo puntuale un incendio di entusiasmi  in vista del prossimo match con la Juve. Non godersi il momento sarebbe sbagliato, ma lo è anche ignorare che il Napoli è ancora a caccia di una identità definitiva o almeno di una fisionomia che armonizzi il potenziale esplosivo e la necessità di una copertura affidabile. Ed è per questo che, al di la del cappotto al Genoa, ricorderemo una gara che ha dimostrato il serio investimento sul 4-2-3-1, almeno in casa al cospetto di compagini arroccate ad oltranza. 
    Sarebbe anche il caso di entrare in un ordine di idee preciso: non puo' essere il gol il metro che misuri il rendimento di Osimhen come terminale offensivo. La fisicità del nigeriano inchioda attenzione e presenza fisica dei centrali avversari, aprendo spazi e possibilità di giocata ai compagni di reparto. Dinamiche di gioco che sembrano favorire anche  il recupero di credibilità di Lozano, che trova spazi più adatti alle sue caratteristiche di velocista di fascia. Due gol ed una grande iniezione di autostima per quello che può rivelarsi l'acquisto aggiunto di questa stagione.
    Ovvio che molto è ancora perfettibile. E' discutibile la presenza di Hysaj sulla fascia mancina. Osteggiato da una buona fetta di tifosi, in realtà l'albanese rappresenta il simbolo di una situazione grottesca, adattato com'è su una fascia in cui nessuno è in grado di cogliere programmazioni, gerarchie ed eventuali sviluppi di mercato. Possiamo apprezzare la sua grezza efficacia, ma è chiaro che il Napoli paga le spese di una tecnica approssimativa, soprattutto se la manovra deve partire dalle retrovie e l'avversario morde già dal limite dell'area.
    Qualcuno caricherà molto le attese per il prossimo match con la Juve, anzi è lecito aspettarsi che i media assegnino a Juve-Napoli un peso specifico sovrastimato e prematuro. Ma il Napoli può e deve procedere a fari spenti, un lusso ormai sconosciuto da qualche anno. L'atmosfera di rodaggio è un paracadute utile: incontrare la Signora ad inizio Ottobra stavolta è una piccola fortuna.

(Fa.Cas.)

 

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