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L'ennesimo
pareggio al cardiopalmo prolunga
l'agonia del Napoli. O meglio,
l'agonia delle sue speranze,
inchiodate ai ventinove punti
del giro di boa, deludenti
quanto meritati. Il Napoli
rimane vittima di un effetto
Champions che questa volta non
ha nulla a che vedere con il
tormentone turn-over. Perché
soltanto ora che le speranze di
una risalita decisiva appaiono
poco più che una possibilità
teorica, ci si rende conto che
la luminosa avventura del Napoli
europeo ha deformato le
opinioni, dopato le attese,
ritardato oltre il lecito
l'attenzione verso il
campionato. Dopo aver spaventato
il Bayern ed affondato la
corazzata Manchester, era
opinione comune che il Napoli
dei titolarissimi dovesse
solamente decidere il
momento in cui affondare il
piede sull'acceleratore e
recuperare posizioni. Il credito
acquisito in Champions League si
è tradotto in una fiducia
illimitata nei mezzi della
squadra ed ha anestetizzato le
ferite riportate in campionato,
sottovalutandone la gravità. E'
stato un grosso errore: rispetto
al Napoli vincente dello scorso
anno, al giro di boa ci sono
molte cicatrici e troppi punti
in meno: ben sette.
Questo equivoco delirio di onnipotenza è durato fino a quando
la classifica ha sorretto le
ambizioni dei più ottimisti, al
punto che perfino le voci che
riferivano di una sorta di
preferenza della società verso
il
palcoscenico di Champions
(per supposte motivazioni di
immagine e finanziarie) sono
state accolte in città con una
certa compiacenza, nonostante la
drammatica miopia di questa
scelta. L'idea di misurarsi con
le squadre più blasonate di
Europa ha inebriato l'ambiente a
punto tale da sottovalutare il
rischio di fallire in campionato
e di precludersi, non potendo
disputare una nuova Champions
League, continuità e
progressione di risultati. Il
pericolo è emerso prepotente
nelle ultime settimane e lo
stesso De Laurentiis sostiene
oggi di preferire una nuova
partecipazione al massimo torneo
europeo al passaggio di turno.
Troppo ovvio. Questa banalità
andava difesa in tempo utile. Ma
era realmente possibile ?
Probabilmente no, e qui viene il nocciolo della questione.
Perché il basso profilo a cui
Mazzarri è costretto a ricorrere
quando si tratta di
ridimensionare il ruolo del
Napoli in questa stagione
nasconde una verità di base: il
Napoli ha il settimo monte
ingaggi del campionato e questa
-secondo il tecnico e non solo-
è la sua legittima posizione
alla griglia di partenza. Questo
impegno economico, virtuoso
quanto vogliamo ma dimesso ed
obbligato, spiega l'assenza di
nuovi top-player di ingaggio
elevato in un contesto di
eccellenza in cui non serve più
il buon giocatore, ma quello che
fa la differenza.
Il risultato? Alla fine della campagna acquisti, il Napoli si è
ritrovato con le stesse
potenzialità dello scorso anno
ma con una Champions League in
più, da giocarsi già in avvio di
stagione. Fatalmente gli azzurri
hanno concentrato forze ed
attenzioni sul conto che andava
saldato prima, quello europeo,
confidando sulla lunga scadenza
del campionato italiano e
sull'apporto di qualcuno degli
arrivi a buon mercato. Beata
illusione.
In questa tempesta di speranze e delusioni, oggi assistiamo
al compirsi di un percorso
logico e prevedibile, per il
quale anche la critica
specializzata dovrebbe recitare
il suo mea culpa. Ma
questa è un'altra storia.
(Fa.Cas.)

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