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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

La scommessa vinta

Quando bisogna dirlo, diciamolo. Con Osimhen il Napoli ha fatto un investimento straordinario. Quando è il caso, diamo merito alle scelte fatte. Se oggi possiamo sognare, è soprattutto grazie a questa scommessa vinta.

Mario Sellitti - Napoli 

 

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    Dimostrarsi amico della verità qualche volta è una impresa contro natura, se c'è la passione di mezzo. Può sembrare perfino irriverente verso un disegno del destino che avrà il suo senso ed il suo costo, visto che i tributi sono stati già versati, tra infortuni, Covid e qualche graffio (molto mirato) della malasorte. Ed allora mettiamola così: accettiamo i tre punti come una forma di risarcimento, ottenuto per diritto divino e consegnato con un solo tiro in porta (ed uno rimarrebbe anche aggiungendo le due partite con l'Atalanta), giocando poco e soffrendo le pene dell'inferno.
    Ma passare all'incasso non vuol dire chiudere gli occhi. Non significa negare una realtà -da qualcuno già colta- che ha visto il Napoli vincere nell'unico modo possibile per una provinciale consapevole del suo ruolo e della sua cifra tecnica. Perfino la formazione -tutt'altro che concepita per la difesa ad oltranza- ha dimostrato che oggi il Napoli non è in grado di imporre gioco o almeno di controbatte quello altrui, salvo opporre diligenza e applicazione ferrea per l'intero arco di gara.
   Il punto è che, alcune volte, le intenzioni hanno il loro peso: il senno postumo di una vittoria sofferta riconosce a Gattuso l'onore dell'eroe che se la vuole giocare, affronta il giorno del giudizio con un solo incontrista (il più chiacchierato) nel chiaro intento di cadere vittima solo delle sue idee e non delle angosce difensive del momento. Se l'identità di una squadra compiuta manca (e manca ancora!) è umanamente complicato accanirsi sull'operato di un uomo verticale coerente con sè stesso, a cui ormai manca il tempo, ma non le attenuanti e le potenzialità di traguardo, eternamente alla portata.
    Ecco perchè il tempo stringe ma il giudizio resta sospeso. Tranne che per una considerazione marginale, che riguarda la difesa della porta azzurra. Proprio oggi, dopo tanti processi ad un dualismo inopportuno, viene da chiedersi: di cosa parleremmo se in campo fosse sceso un dodicesimo, anzichè un secondo numero uno? La lezione arriva perentoria: trasformare un lusso in una polemica è follia assoluta. Specie se già c'è poco di cui godere.

(Fa.Cas.)
 

    Nello sconforto, l'unica novità è il senso di impotenza: molto è sbagliato, ma nulla è correggibile. Fatta salva l'immagine di don Aurelio, prima vittima eccellente, intoccabile è Gattuso: tempo non ne avrebbe nemmeno un rimpiazzo. Puntualissima la cattiva sorte, che ha scientificamente escluso Koulibaly nel momento peggiore. Immuni sono i giocatori: attitudini ed attributi cambierebbero solo per volere dello Spirito Santo. Il valzer delle responsabilità oggi chiama in pista Giuntoli: dietrologia allo stato puro che stizzisce e non prevede correttivi: il calciomercato è chiuso. Per fortuna, direbbe qualcuno, vista la sequela di capolavori collezionati negli ultimi tempi.
   Certo, sulla resa di Petagna poco si può obiettare. Il centravanti non è da Napoli nella stessa misura in cui è arrivato da terza scelta. Peccato che si tratti di un affarino da venti milioni, con una potenziale plusvalenza molto improbabile, tanto per non infierire. Col solo Lobotka -beato chi lo vede- i milioni salirebbero a quaranta (piu' o meno proprio quanto costerebbe l'esclusione dalla Champions). Ma l'attualità ci spedisce sui motori di ricerca, che confermano un ricordo rimosso: Maksimovic costò venticinque milioni più bonus, dopo uno memorabile tira e molla durato due anni con quel volpone di Cairo. La sua resa nel Napoli è pari al suo precedente curriculum: praticamente nulla. Valore attuale: quindici milioni, puntualmente ridimensionabili visto il contratto in scadenza. Sull'oggetto misterioso Rahmani (quattordici milionicini) c'è da impazzire: il Napoli lo compre con previdente anticipo, ma gioca solo se Gattuso è costretto, come potrebbe succedere contro la Juve dopo un minutaggio risibile. Manolas? La statura è diversa, ma alzi la mano chi crede che il redimento sia stato pari alle aspettative. 
    Il modulo resta ballerino, si conclude molto (da fuori area) e si segna poco. Ma se il Napoli perde a Genova subendo due reti in due sole azioni, imponendosi poi per il resto della partita, al tifoso manca perfino il conforto della recriminazione. Resta smarrito ed impotente di fronte all'unica Verità assoluta: primo, non prenderle. Nel momento della verità e delle scelte sbagliate, Napoli è ridotta a sperare nell'imprevedibilità del pallone. Le sicurezze di settembre sono  lontane e perfino ridicole. Lo scarto tra i due momenti è in una sola parola, la solita: competenza.

(Fa.Cas.)

 

    I tre punti ci sono, il Napoli no. Manna piovuta per chi guarda ai numeri, un supplizio per chi cerca il bandolo di una matassa sempre più ingarbugliata. Anzi, fatti certi su cui imbastire ipotesi di ripresa non ci sono ancora, semplicemente perchè il Napoli riferimenti non ne ha più: incerto il rinnovo di Gattuso (con ovvie ricadute sulle reazioni del gruppo), ballerino il modulo, in eterno dubbio i suoi interpreti (giubilato anche Bakayoko, unico ed indiscusso incontrista di razza), chiacchierato -tanto per essere garbati- anche il talento di Giuntoli, burattinaio occulto e ripudiato degli ultimi anni. Di nuovo misteriosa è perfino la data di recupero di Osimhen e Mertens, due elementi senza i quali il Napoli resta in attesa di una valutazione oggettiva e organica: un modo per invocare lecitamente un filo di pazienza fino al prossimo marzo.
    Ma una squadra senza certezze non può aver stima delle sue potenzialità, tantomeno può vantare un carattere poggiato su valori dimostrati. Senza queste basi non meraviglia il fatto che la mediana a tre tecnicamente più dotata (Zielinski, Demme, Elmas) non riesca ad infilare quattro passaggi consecutivi nè a liberarsi con sufficiente disinvoltura dalla pressione alta del Parma. Nè può stupire che la penultima in classifica metta in pesante discussione una vittoria resa certa solo dal raddoppio di Politano al minuto 82. La sensazione di precarietà è la coltre che avvolge una squadra senza scheletro. Storia insegna che raramente questa deriva si risolve da sola e nella migliore delle maniere.
    Qui non si tratta di discutere la legittimità di un allenatore. Si tratta semplicemente di riconoscere che il Napoli di oggi non ha valori concreti su cui lavorare, ammesso che possa chiamarsi lavoro ciò che ci ha portato a non essere più certi di nulla dopo un girone intero. Comunque la vediate, molte cose  dovevano quadrare prima. Braccati dal calendario, ormai siamo fuori tempo massimo.

(Fa.Cas.)

 

    Sei sconfitte in diciotto partite. Sarebbero dodici all'anno, ma c'è di peggio oltre ai numeri. Nel Napoli di Gattuso, tutti (ad eccezione di Lozano, che peggio dello scorso anno non poteva fare) rendono ben al di sotto della loro cifra tecnica, pedine (in)colpevoli di un progetto impalpabile, di squilibri atavici, di una logica di mercato zoppa già a luglio. Il palleggio di reponsabilità è perpetuo e stucchevole, denso di aria fritta e motivazioni improbabili che invocano quel carattere che non si compra al mercato, ma è il trucco perfetto per non condannare nessuno e coinvolgere tutti: mal comune, mezzo gaudio e tiriamo a campare. Pochi, in maniera più propria, parlano di leaderanza, ma l'articolo è molto diverso e -soprattutto- costa caro.
    La crisi esplode, ma qualcuno dirà: questa squadra ha distrutto la Fiorentina appena sette giorni fa. Il merito c'è, ma è assai meno significatico di una striscia di prestazioni deludenti che partono dalla sconfitta di Milano, proseguono con quella di Roma con la Lazio, passando per le delusioni interne con Torino e Spezia e la vittoria senza gloria di Udine. Cagliari e Fiorentina tiepidi reggi di sole dissolti nel gelo di Reggio Emilia, dove il Napoli ha lasciato la Supercoppa senza nemmeno tentare di afferrarla.
     Sei sconfitte, ma fino ad ieri il tifoso puntava ancora alla vetta del campionato. E' il paradosso dovuto a una certezza condivisa, prematura ed ambigua: l'organico azzurro è superiore a quello degli anni scorsi. Una sicurezza dopata, che richiama Gattuso alle sue responsabilità (se confermata) e inchioda Giuntoli (se smentita) per troppi bluff che ci sono costati cassa, tempo e progettualità. I fatti dicono che quell'organico profondo -ostentato con grande enfasi-  è sprofondato appena il gioco si è fatto duro, al punto di costringerci oggi ad ammettere che a Verona hanno ceduto per sfinimento la stragrande maggioranza dei titolari di quattro giorni fa a Reggio. La bella teoria è colata a picco in tre mesi e mezzo.
    Se il tifoso invoca il cambio di guida tecnica, non è solo per una esigenza di pancia. Aspettare il ritorno di Mertens e la ripresa fisica di Osimhen è oggettivamente troppo poco -dopo questo naufragio- per ricavare speranze oggettive di ripresa. L'onestà contadina di Gattuso, travolta da tradimenti e psicodrammi,  evoca rabbia e tenerezza. L'eterno gioco delle parti ha bisogno di vittime pubbliche e salvatori di Patria. Ma i delitti veri -mai dimenticarlo- si consumano d'estate, fuori dal rettangolo verde e lontano dalle urla del mister.

(Fa.Cas)


   

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