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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga
 

Mister(i) napoletani

Prima Ancelotti, poi Gattuso. Possibile che nessuno abbia capito che quando non ci sono capitali, bisogna investire su un uomo che sappia imporre il concetto di collettivo?

Antonio Pugliese - Napoli 

 

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    In un Paese nel quale le ripartenze si invocano snobbando le emergenze ancor prima che raggiungano il loro apice, è lecito attendersi di tutto. Il caos è terreno fertile per decisioni improvvisate, incoerenti, irrispettose delle logiche più elementari. Il campionato subisce uno stop momentaneo senza che sia evidente il motivo per cui nel turno successivo debbano svanire presupposti e preoccupazioni, anzi. Retropensieri e sospetti diventano un prodotto ovvio, specie quando chi trae l’ennesimo vantaggio naviga da sempre fra illazioni sostenute dai fatti. La Juve, in chiara crisi, può così respirare proprio nel momento della verità ed aspettare forma ed allineamenti astrali più propizi, cosi come lo furono quando -esattamente un anno fa - si trattò di ribaltare a Torino la pesante sconfitta contro l’Atletico Madrid in Champions. Ricorsi storici, nausee già provate.
    Veleni che non toccano gli azzurri, alle prese, però, con altri tipi di rimpianti, immersi nel lago stagnante dell’incapacità arbitrale, un’altra specializzazione tutta italiana. Non c’è bisogno della malizia del malpensante cronico per capire -una volta di più- quanto sia falso il concetto di compensazione degli errori arbitrali di segno opposto. Nelle ultime sei partite, il Napoli ne ha vinte cinque, di cui tre fuori casa. Lo scandalo del rigore non assegnato contro il Lecce ha sicuramente frenato la straordinaria rincorsa degli azzurri in classifica. Un filotto di sei vittorie avrebbe portato il Napoli a soli tre punti dalla Roma, che nel punto più declive della crisi azzurra sembrava avvicinabile soltanto nei sogni di un esaltato.
     Nel frattempo, Gattuso riscuote esattamente il tipo di successo ispirato dalla sua figura. L'antitesi con il suo predecessore si staglia non solo per i risultati, ma anche nel modo di maneggiare i commenti. Il basso profilo resta uno sfondo immutabile, l'ammissione di colpevolezza la cultura per il lavoro (eterni riferimenti anche dopo un filotto di vittorie) hanno creato un alone di modestia e serietà che la gente ormai ha assimilato come un nuovo marchio di fabbrica. Gattuso mira ad un Napoli a sua immagine: brutto ma cattivo. La mortificazione per l'estetica è semplicemente una sommessa apologia della concretezza.  Le vittime sacrificali non mancano - Meret e Lozano su tutte- ma la consistenza, quando c'è, non ammette e non merita repliche. Specie quando gli sbagli sono altrove.

(Fa.Cas.)

 

 

 

    Il Napoli riparte, ancora una volta. A Cagliari riprendono corpo speranze e credibilità: una vittoria chiara, visibile, sancita da una superiorità concreta e da una volontà di imporsi ribadita da Gattuso e dai suoi cambi  in corso di gara. Non è stato il Napoli blindato di Milano, poichè cambiavano il teatro e lo spessore degli interlocutori. Visto il momento, la tentazione di blindare almeno il pareggio poteva apparire logica, nella concreta ottica di dare inizio ad una nuova serie positiva. Il piglio mostrato dagli azzurri dimostra invece che la convinzione di squadra va ben oltre i messaggi di facciata. Il Napoli c'è, ci crede e fortunatamente lo spogliatoio e meno permeabile (incredibilmente) alle  bufere mediatiche degli ultimi mesi.
    E' probabile dovremmo entrare nell'ordine di idee che il potenziale della squadra resti oggettivo e che l'entusiasmo possa riaccendersi molto facilmente. Mai avremmo pensato che l'undici azzurro avrebbe potuto fare facilmente a meno di Koulibaly ed Allan. Eppure, abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che la cifra tecnica degli azzurri resta notevole perfino nel momento in cui si palesano poche certezze sui titolari e la forma di diversi singoli, da Insigne a Zielinski, da Callejon a Milik, da Fabian allo stesso Manolas non è esattamente nel momento migliore. Comunque vada a finire, va dato atto a Gattuso di aver accettato una scommessa proibitiva. Districarsi fra ritardi in classifica, malumori popolari, oggettive lacune di organico e mal di pancia di varia natura, deve esser un affare da gladiatori veri, molto più di quanto noi stessi possiamo figurarci.
    Resta importante vivere alla giornata, pedalare duramente a fari spenti e senza proclami. Non esistono obiettivi, non esistono rinunce. Se soltanto il Napoli avesse vinto col Lecce, oggi gli azzurri si troverebbero a tre punti dalla Roma, compagnie considerata fuori portata soltanto un mese fa o due. Tutto possono cadere vittima di una crisi. Perfino l'Atalanta, che dovrà pur fare i conti con gli stress affrontati tra campionato e Champions League. Nessuno è immune dai periodi neri. L'unico vero vantaggio è poter dire: abbiamo già dato.

(Fa.Cas)
  
   

 

 
    L
a cultura del sospetto non è semplicemente un affare italiano. Di più: è un prodotto a denominazione di origine controllata e protetta, tramandato nel rispetto delle migliori tradizioni. Ne abbiamo bisogno perchè non possiamo farne a meno o perchè, alla fin fine, la trasparenza ci interessa veramente poco. Viene preferita la patetica arroganza di un uomo solo, come già successe contro l'Atalanta al San Paolo. La VAR venne ignorata, era ottobre ed il vizio di forma fu condannato. A chiacchiere, ovviamente.  Nulla è cambiato, nessuno si è preoccupato di rendere l'Italia del pallone meno ridicola di quanto già lo sia. Sarà la nostra dimensione vera, cos'altro pensare? I retropensieri sono così forti da far passare tutto in second'ordine: una difesa da parrocchia, palle gol confezionate e gettate via, una tenuta mentale inesistente. Alla fine, il calcio è fatto da episodi. Negarne il peso specifico e l'interferenza sul risultato è negare l'essenza di questo sport. Più produttivo è affontare discorsi di ampio respiro.
    Sospeso tra le speranze europee del calcio ed i miraggi di una rifondazione già in divenire, il Napoli resta una realtà ancora tutta da decifrare. Se già si fa fatica ad intendere la dimensione di questa stagione, su quelle che verranno i dubbi si moltiplicano fino a disorientarci. Gennaio è stato il mese di un mercato spinto oltre le attese (e resta da capire perché mai non lo fu quello degli scudetti di inverno, poi abortiti) all’inseguimento di una ristrutturazione seria della squadra che resti fedele alla logica delle scelte di prospettiva. Tutto giusto, a patto che si precisino due punti essenziali. Il primo riguarda in sé il concetto di rifondazione, sul quale si ripiega soltanto quando non c’è stata, negli anni, una progressiva sostituzione delle vertebre di una spina dorsale collaudata e vincente. Se oggi il Napoli si trova nella scomoda posizione di valutare i ruoli che appartengono a Mertens, Callejon, Milik, Mario Rui, per non parlare della linea di centrocampo, nella quale facciamo ancora oggi fatica ad individuare i titolarissimi, è semplicemente perché non c’è stato un inserimento mirato e graduale di giovani che -nel fatti- abbiano aggiunto concretezza alle belle speranze. Puo bastare un nome su tutti, quello di Fabian Ruiz, per capire quanto labile sia il confine fra la consacrazione ed il fallimento. L’alone del campione in divenire resta visibile -forse più sulla base delle attenzioni di mercato- ma ogni domenica trascorsa lontano dal prato verde sottrae credibilità e valore economico ad un oggetto misterioso consacrato con troppa velocità. Proprio quella che manca alle sue leve.
    La seconda considerazione è la logica conseguenza della prima, e riguarda la credibilità e l’ottimismo che devono  accompagnare questo rinnovamento. Non abbiamo e mai avremo strumenti per assegnare il giusto peso specifico ai nomi di cui si parla, poichè il carico di attese è spesso superiore al valore effettivo di un giocatore in arrivo, specie se giovane, inesperto ad alti livelli e seguito da più club. Se pure vogliamo ignorare fulgidi esempi di fallimento, che ha accomunato Rog, Diawara, Ounas, Younes (giusto per nominarne quattro tra altri), un caso attuale è quello di Elmas, accompagnato a Napoli da un coro di competenti approvazioni, mai corroborate da alcun tipo di continuità di impiego e di rendimento. Ecco perchè l’esperienza imporrebbe cautela estrema, al punto di considerare la rifondazione come un gentile eufemismo con cui definire quel ridimensionamento che è nella realtà di oggi, Se vogliamo vederla.

(Fa.Cas.)

 

 

 

 

 

 

 

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