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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga
 

Il paragone "eterno"

Non vorrei ritornare su paragoni scomodi proprio nel momento in cui ci giochiamo la stagione. Ma l'arrivo di Ancelotti non doveva rappresentare un passo in avanti? Il Napoli non ha gioco ed i venti punti dalla Juve la contano fin troppo lunga. Siamo sicuri che Carletto sia stato la scelta giusta?

Carmine Esposito  - Napoli

 

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    A volte l'apparenza è un fatto essenziale. C'è un totem in casa Napoli: Carlo Ancelotti. Il nome ed il blasone trasudano certezze, prospettive, totale cognizione di causa. Il senso di sicurezza pervade ambiente e media mentre la portata degli interventi estivi è -invece- ancora tutta da chiarire. Quando il campionato doveva ancora terminare, il Napoli era già sospeso tra rifondazione e correttivi. Bizzarra come premessa, specie se consideriamo la seconda stagione di Ancelotti come quella della consacrazione. Che oggi è obbligata, se -nell'attesa- perfino una disfatta a Bologna si derubrica con disinvoltura nella grande pagina degli esperimenti.
    Da una parte ci sono quelli che valutano alcuni titolarissimi ormai bolliti e praticamente a fine corsa. Costoro guardano con perplessità l'usura di elementi come Albiol, Callejon, Mertens. E' una deriva che parte da lontano, se solo vogliamo ricordare che -per alcuni- quelli stessi giocatori furono valutati ormai esausti e poco funzionali allo stesso proseguimento dell'avventura di Sarri, dunque già l'anno scorso. La rifondazione risulterebbe come unica soluzione logica, visto che il nuovo progeto poggerebbe su tre soli cardini: Kouilbaly, Allan e Zielinski. Cessioni permettendo, che Iddio ce ne scampi.
    L'unica verità -un po' lontana dal disfattismo settentrionale di cui sopra- è che parliamo di una rifondazione che il Napoli non potrebbe comunque permettersi. Sono già troppi i ruoli lasciati scoperti, e numerosi i puntelli necessari in un organico carente già da qualche mese. C'è poco mistero sulla necessità di due esterni bassi di valore assoluto, nessun dubbio si può nutrire su un centrocampo carente perfino in quantità, dopo il sottostimato addio di Hamsik, quello prevedibile di Rog e il terzo -futuribile- di Diawara, elemento mai esploso nonostante le garanzie dei soliti sedicenti esperti. Attendendo la consacrazione di Fabian Ruiz,  conteremmo giè almeno quattro caselle da riempire. Mica poco.
    Da parte sua, la linea d'attacco deve liberarsi da un dilemma: Milik è luomo giusto? Difficile rispondere, fino a quando non ci si intende sul fatto che traguardi assoluti richiedono interpreti spietati. Perchè il buon giocatore (ed Arkadiusz lo è) talora risolve, ma molto più spesso non decide la stagione. Il bisogno di concretezza non coinvolge il buon Ciro nè l'affidabile Callejon. E' l'altro piatto della bilancia -l'ingaggio- a pesare di più: gira e rigira, si fa presto a parlare di Insigne. Possiamo serenamente dire che vale il suo stipendio? Il cuore urla di si, il suo rendimento lo sussurra appena. Se mercato e bilancio imporranno un sacrificio, tutte le strade portano a Frattamaggiore. Per i grandi ritorni, a cifre più congrue, c'è sempre tempo.
   

(Fa.Cas)

 

 

 

La Patria impone sacrivici, specie se è la ragione a pretenderli.
  
   

 

 

 

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