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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga
 

Mister(i) napoletani

Prima Ancelotti, poi Gattuso. Possibile che nessuno abbia capito che quando non ci sono capitali, bisogna investire su un uomo che sappia imporre il concetto di collettivo?

Antonio Pugliese - Napoli 

 

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    Il Napoli riparte, ancora una volta. A Cagliari riprendono corpo speranze e credibilità: una vittoria chiara, visibile, sancita da una superiorità concreta e da una volontà di imporsi ribadita da Gattuso e dai suoi cambi  in corso di gara. Non è stato il Napoli blindato di Milano, poichè cambiavano il teatro e lo spessore degli interlocutori. Visto il momento, la tentazione di blindare almeno il pareggio poteva apparire logica, nella concreta ottica di dare inizio ad una nuova serie positiva. Il piglio mostrato dagli azzurri dimostra invece che la convinzione di squadra va ben oltre i messaggi di facciata. Il Napoli c'è, ci crede e fortunatamente lo spogliatoio e meno permeabile (incredibilmente) alle  bufere mediatiche degli ultimi mesi.
    E' probabile dovremmo entrare nell'ordine di idee che il potenziale della squadra resti oggettivo e che l'entusiasmo possa riaccendersi molto facilmente. Mai avremmo pensato che l'undici azzurro avrebbe potuto fare facilmente a meno di Koulibaly ed Allan. Eppure, abbiamo sotto gli occhi la dimostrazione che la cifra tecnica degli azzurri resta notevole perfino nel momento in cui si palesano poche certezze sui titolari e la forma di diversi singoli, da Insigne a Zielinski, da Callejon a Milik, da Fabian allo stesso Manolas non è esattamente nel momento migliore. Comunque vada a finire, va dato atto a Gattuso di aver accettato una scommessa proibitiva. Districarsi fra ritardi in classifica, malumori popolari, oggettive lacune di organico e mal di pancia di varia natura, deve esser un affare da gladiatori veri, molto più di quanto noi stessi possiamo figurarci.
    Resta importante vivere alla giornata, pedalare duramente a fari spenti e senza proclami. Non esistono obiettivi, non esistono rinunce. Se soltanto il Napoli avesse vinto col Lecce, oggi gli azzurri si troverebbero a tre punti dalla Roma, compagnie considerata fuori portata soltanto un mese fa o due. Tutto possono cadere vittima di una crisi. Perfino l'Atalanta, che dovrà pur fare i conti con gli stress affrontati tra campionato e Champions League. Nessuno è immune dai periodi neri. L'unico vero vantaggio è poter dire: abbiamo già dato.

(Fa.Cas)
  
   

 

 
    L
a cultura del sospetto non è semplicemente un affare italiano. Di più: è un prodotto a denominazione di origine controllata e protetta, tramandato nel rispetto delle migliori tradizioni. Ne abbiamo bisogno perchè non possiamo farne a meno o perchè, alla fin fine, la trasparenza ci interessa veramente poco. Viene preferita la patetica arroganza di un uomo solo, come già successe contro l'Atalanta al San Paolo. La VAR venne ignorata, era ottobre ed il vizio di forma fu condannato. A chiacchiere, ovviamente.  Nulla è cambiato, nessuno si è preoccupato di rendere l'Italia del pallone meno ridicola di quanto già lo sia. Sarà la nostra dimensione vera, cos'altro pensare? I retropensieri sono così forti da far passare tutto in second'ordine: una difesa da parrocchia, palle gol confezionate e gettate via, una tenuta mentale inesistente. Alla fine, il calcio è fatto da episodi. Negarne il peso specifico e l'interferenza sul risultato è negare l'essenza di questo sport. Più produttivo è affontare discorsi di ampio respiro.
    Sospeso tra le speranze europee del calcio ed i miraggi di una rifondazione già in divenire, il Napoli resta una realtà ancora tutta da decifrare. Se già si fa fatica ad intendere la dimensione di questa stagione, su quelle che verranno i dubbi si moltiplicano fino a disorientarci. Gennaio è stato il mese di un mercato spinto oltre le attese (e resta da capire perché mai non lo fu quello degli scudetti di inverno, poi abortiti) all’inseguimento di una ristrutturazione seria della squadra che resti fedele alla logica delle scelte di prospettiva. Tutto giusto, a patto che si precisino due punti essenziali. Il primo riguarda in sé il concetto di rifondazione, sul quale si ripiega soltanto quando non c’è stata, negli anni, una progressiva sostituzione delle vertebre di una spina dorsale collaudata e vincente. Se oggi il Napoli si trova nella scomoda posizione di valutare i ruoli che appartengono a Mertens, Callejon, Milik, Mario Rui, per non parlare della linea di centrocampo, nella quale facciamo ancora oggi fatica ad individuare i titolarissimi, è semplicemente perché non c’è stato un inserimento mirato e graduale di giovani che -nel fatti- abbiano aggiunto concretezza alle belle speranze. Puo bastare un nome su tutti, quello di Fabian Ruiz, per capire quanto labile sia il confine fra la consacrazione ed il fallimento. L’alone del campione in divenire resta visibile -forse più sulla base delle attenzioni di mercato- ma ogni domenica trascorsa lontano dal prato verde sottrae credibilità e valore economico ad un oggetto misterioso consacrato con troppa velocità. Proprio quella che manca alle sue leve.
    La seconda considerazione è la logica conseguenza della prima, e riguarda la credibilità e l’ottimismo che devono  accompagnare questo rinnovamento. Non abbiamo e mai avremo strumenti per assegnare il giusto peso specifico ai nomi di cui si parla, poichè il carico di attese è spesso superiore al valore effettivo di un giocatore in arrivo, specie se giovane, inesperto ad alti livelli e seguito da più club. Se pure vogliamo ignorare fulgidi esempi di fallimento, che ha accomunato Rog, Diawara, Ounas, Younes (giusto per nominarne quattro tra altri), un caso attuale è quello di Elmas, accompagnato a Napoli da un coro di competenti approvazioni, mai corroborate da alcun tipo di continuità di impiego e di rendimento. Ecco perchè l’esperienza imporrebbe cautela estrema, al punto di considerare la rifondazione come un gentile eufemismo con cui definire quel ridimensionamento che è nella realtà di oggi, Se vogliamo vederla.

(Fa.Cas.)

 

 

 

 

 

 

 

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