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E'
evaporata anche l'ultima
speranza. Nemmeno San Gennaro
deve aver avuto la voglia di
metterci una buona parola. Il
Napoli finisce quinto,
fuori dalla Champions League e
da quel concetto di crescita
costante che tanto piace al
presidente nei suoi sussulti
demagogici. Il ricordo
dell'epilogo dell'anno scorso
mette tristezza e impone una
lettura obiettiva della
stagione: il Napoli ha pagato
cari l'emozione del palcoscenico
europeo e gli sforzi profusi per
onorarlo nel migliore dei modi.
Si è attrezzato poco e male per
onorare il doppio impegno, ha
gestito in maniera discutibile
le ultime risorse mentali e
fisiche proprio nell'istante
dello sforzo conclusivo. Avrà la
ventura di giocarsi la finale di
Coppa Italia ma ringrazia un un
tabellone amico che gli ha
opposto il Siena, il Cesena e l'
Inter decotta di quest'anno.
Ecco i fatti, esposti con la
franchezza necessaria in questi
casi. Ecco le tappe della
delusione azzurra, lungo un
percorso di false speranze,
leggerezze, aspettative mal
riposte. E nove sconfitte in
campionato, che parlano da sole.
E' passato poco meno di un anno da quando prese corpo il primo
grosso equivoco di questa
stagione. A fine agosto, fu tale
la pressione di mercato su
Lavezzi, Cavani ed Hamsik (il
mister-x rossonero, ormai “ex”,
vista la nota discontinuità di
rendimento) che il sol fatto di
averli trattenuti in azzurro fu
salutato dai media come il colpo
di mercato più clamoroso, così'
clamoroso che la qualità
effettiva dei nuovi arrivi
divenne quasi una valutazione di
contorno, nonostante gli impegni
terribili alle porte. Un
equivoco dagli effetti
devastanti, smascherato in tempo
solo da una certa stampa
emotivamente poco legata alle
sorti azzurre e dunque
lucidissima nella sua analisi,
scomoda e puntualmente ignorata.
Così, mentre la piazza gioiva
per il pericolo scampato e
qualche Cassandra aggrottava la
fronte dopo un mercato
deludente, pochi capirono che il
rischio corso sottendeva in
realtà una grave anomalia di
gestione, quella legata al tetto
ingaggi, che avrebbe
puntualmente presentato il suo
conto al giro successivo, dopo
aver penalizzato qualsiasi
discorso di ampio respiro sul
futuro della squadra e minato la
sua serenità nei momenti topici.
E' la storia di questi giorni,
appunto.
Allo stesso modo, oggi tutti si occupano del futuro di
Lavezzi come fosse il problema
centrale, ma i più dimenticano
che la pervicacia con cui De
Laurentiis persegue il suo
rigore sul tetto ingaggi è prima
causa dell'eventuale partenza
del pocho e fattore
vincolante nella sua
sostituzione, se è vero che
nessun top player arriverebbe a
Napoli accettando "per
principio" un ingaggio di
secondo livello. Il Napoli è
oggi invischiato in un circolo
vizioso molto lontano dalle
virtù' del fair play
finanziario, capace di
valorizzare i talenti veri con
la stessa facilità con la quale
la squadra è destinata a
perderli. Senza poterli
sostituire.
Per come è strutturata oggi la filosofia societaria, l'unica
strada praticabile prevede
l'inserimento di giovani di
prospettiva e basso ingaggio per
poi o vivere alla giornata la
loro consacrazione, quando anche
si realizzi. E' un meccanismo
vorace, basato sui grandi numeri
e sulla possibilità statistica
di pescare il jolly dal mazzo, è
un vortice di scommesse che
annualmente risucchia un
discreto numero di potenziali
talenti, troppo spesso rimasti
tali. Ma è soprattutto una
dinamica subdola, che quando
riesce bene si giova
dell'effetto copertina (come è
successo con Hamsik, Cavani o lo
stesso Lavezzi, tutti arrivati
senza consacrazione) molto più'
di quanto non venga dileggiata
per le (troppe) scelte
sbagliate. La riuscita dei tre
tenori sostiene ed alimenta
ancora oggi questo squilibrio.
Il risultato è che il Napoli è
obiettivamente fermo sul mercato
da un paio di anni senza che
nessuno ne resti indignato.
Se tale è la nostra dimensione, se il Napoli ama specchiarsi
nella virtù del suo bilancio,
allora teniamoci l'Europa League
senza troppe storie. E impariamo
qualcosa dall'Udinese, più'
virtuosa di noi e con la
Champions in tasca.
(Fa.Cas)

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