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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

La scommessa vinta

Quando bisogna dirlo, diciamolo. Con Osimhen il Napoli ha fatto un investimento straordinario. Quando è il caso, diamo merito alle scelte fatte. Se oggi possiamo sognare, è soprattutto grazie a questa scommessa vinta.

Mario Sellitti - Napoli 

 

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    Chi si ferma è perduto, o quasi. E il Napoli prosegue la sua corsa: tre punti a Marassi senza soffrire più di tanto, con l'unico cruccio di non aver chiuso prima la partita. Una certa confidenza con la sconfitta (siamo ormai a nove) ha permesso di metabolizzare in fretta la débâcle di Torino e di gettarsi alle spalle qualche interrogativo storico su personalità ed attributi. Probabilmente, si tratta di una semplice questione di asticella: le vittorie di Milano e Roma - gare a loro volta decisive - non si ottengono senza una spina dorsale davvero solida. Le cose possono cambiare allo Juventus Stadium, ma è ovvio che prima o poi debba intervenire un gap tecnico (almeno relativo a qualche singolo) per il quale è ancora difficile misurarsi con tutti, oggettivamente.
    Piuttosto, se da una parte il calendario può dare una mano (dopo i prossimi scogli Inter e Lazio gli scontri diretti saranno terminati) oggi sembra chiaro che la variabile determinante sia lo stato di forma di qualche singolo. Infatti, a fronte della buona condizione di Fabian Ruiz e di un rendimento ormai costante di Insigne, Politano, Mertens e Lozano accusano una flessione prolungata ed inattesa, che può penalizzare gli azzurri se solo ricordiamo il peso specifico del ritrovato messicano nei momenti più delicati di questa stagione.
    Mentre il Napoli resta aggrappato all'aritmetica, quasi nessuno valorizza un elemento nascosto ma determinante: nonostante il connubio fra don Aurelio e Gattuso sia inesorabilmente destinato a concludersi, non è visibile alcuna ricaduta nè sul gruppo nè nell'atteggiamento del tecnico. La serietà e la pervicacia con cui Ringhio affronta la fine annunciata del suo matrimonio è l'eredità che Gattuso lascerà al pubblico napoletano. Una di quelle cose che non si dimenticano, specie se Gennaro andrà via sul carro del vincitore.

(Fa.Cas)

 



   

    Comunque vada a finire, per Gattuso la lista degli alibi non terminerà mai. Non bastassero le devastazioni subite per il Covid e gli infortuni, questa stagione verrà ricordata anche per il rendimento dei centrali di difesa. Il disastro li assurge a dignità di macchietta, specie quando l'umore viene mantenuto alto dai tre punti e dai mezzi inciampi di Milan e Juve. Ma da sorridere ci sarebbe ben poco, se i personaggi in scena non fossero costati sessanta milioni e diversi travasi di bile,  soltanto a ricordare la ostinazione con cui Cairo si tenne ben stretto il suo pupillo Maksimovic prima di mollare il pacco. Per il Napoli, sedotto da chissà cosa, si trattò di fissazione, più che di illuminazione.
    Se in difesa aggiungiamo il partente Mario Rui, c'è poco da meravigliarsi quando perfino il Crotone ne fa tre. Al quarto della linea tocca il gol decisivo e l'onore delle copertina, ma ciò non compensa le insicurezze del reparto. Il resto -per fortuna- funziona bene, poichè il Napoli gioca e dà la sensazione di prendersi la partita a suo piacimento, nonostante la contemporanea presenza di Bakayoko e Fabian Ruiz, una coppia dichiarata fallita a furor di popolo, che oggi testimonia solo la pervicacia con cui Gattuso tira dritto, blindando coerenza e dignità di un uomo ormai solo per sua scelta. L'infermeria è vuota ed il Covid un pallido ricordo: il Napoli gira ed oggi capiamo il peso specifico delle vecchie penalizzazioni. Ma otto sconfitte restano una zavorra pesantissima nel giudizio di una stagione destinata a decidere al fotofinish sia l'ingresso in Champions che le velleità di bilancio.
    Come un bizzarro ricorso storico, si riproporranno per il Napoli le stesse rosee premesse di ottobre: a Torino non si giocò, ma -oggi come allora- lo stato di forma e l'inerzia del rendimento incoraggiano le previsioni più rosee. Molte le sicurezze ormai consolidate, tranne una: Osimhen non ha caratteristiche, tecnica e completezza del centravanti di razza. La lavorazione del diamante grezzo richiede tempo e pazienza, ma in trasferta il giovane Victor può già essere letale. Specie con le vecchie signore vicine al colpo di grazia.

(Fa.Cas)
   

    E' il Napoli che ti aspetti, finalmente. Ormai libero da zavorre infrasettimanali, ritrova passo, autorevolezza, padronanza di palleggio. Le otto sconfitte sono sempre lì in statistica, ma la classifica ha atteso gli azzurri ed ora abbozza un sorriso. Il recupero con la Juve oggi offre prospettive rosee: nulla è più impossibile, data l'instabilità di valori delle concorrenti ed il sonoro tonfo di una Signora ormai spogliata di ogni certezza. Il Napoli ritrova in corsa la sua quadratura, nonostante i peccati originali: un modulo concepito male e corretto in corsa, l'assenza di un cursore basso di qualità superiore, il flop Bakayoko, la sovrastima di Osimhen, gioiello grezzo ma oggi poco funzionale rispetto ai disegni estivi. Dopo il doppio vantaggio, il Napoli bada solo a contenere e lo fa oltre il lecito. Ma è meglio sottilizzare poco, dopo la Grazia ricevuta. La gente ha patito fin troppo.
    Intanto, tra gli spettri del Covid e gli eterni rinvii, questa stagione anomala è un sarto che ha ritagliato e cucito sul Napoli il suo abito. Su misura, eppure molto abbondante: sei mesi di limbo, una mare di incertezze dove galleggeranno mille ipotesi, tutte verosimili perchè poggiate su dubbi destinati a rimanere tali fino a giugno. Incerto il piazzamento,  dunque incerto il budget a disposizione, incerta la guida tecnica, quindi inconcepibili -ad oggi- perfino nomi e strategie di mercato. Nella sua unicità, il lungo purgatorio sarebbe tollerabile se non ci fosse un quotidiano usurante, imposto dalle leggi e dalle degenerazioni della comunicazione mediatica. Uno stillicidio penetrante e insostenibile, destinato a sfiancare la squadra e il suo seguito, soprattutto se i numeri in classifica smetteranno di sostenere ogni speranza. E don Aurelio nulla può, poichà il nodo del nuovo allenatore non puo essere sciolto che ad un paio di giornate dalla fine, nella migliore delle ipotesi.
     Eppure, una certezza c'è. L'una vera eredità lasciata dalla gestione Ancelotti è la coscienza che il Napoli -per una questione di mero budget- non può più sfuggire alla sua vocazione di outsider. Senza solisti di spicco, il grande direttore d'orchestra è esposto al flop. La via è segnata: affidarsi a chi colmi il gap con le sue idee e lavori su un manipoli di giovani rampanti, sublimando le idee di gioco e collettivo. In questa ottica, se i (fin troppo) giovani papabili non mancano, l'unico vero problema è il tempo. Napoli non può restare estranea al circolo virtuoso innescato dalla Champions. Italiano, De Zerbi e forse anche Juric possono stimolare suggestioni, ma alche incertezze corrosive. A Figline Valdarno c'è un "usato sicuro" che resta l'unca via da battere, in ossequio ad un mero principio gestionale: la sfera umana resterebbe discutibile, dopo il vecchio addio così tormentato. Ma a chi importa più?
    
   
                                                                                      (Fa.Cas.)

  

   

   

    Altro che Covid. In questa stagione già particolare, a Napoli la gestione tecnica rimarrà una eccezione. Il virus c'entra poco: quante volte la panchina ha ospitato un re travicello con le valigie in mano già a febbraio? Abituati a destreggiarsi fra le delusioni settimanali ed improbabili previsioni di ripresa, solo pochi tifosi hanno realizzato che le possibilità restano due: o arrivare quarti per opera e virtù di uno Spirito Sià  anto che tiene ancora tutti in lizza per la Champions, oppure trascinarsi per quasi un girone commentando un Nulla assoluto fatto di gare senza pathos nè valore pratico. Una condanna comune, senza precedenti.
    Eppure, il percorso logico è sempre stato diverso: l'allenatore va cambiato in ogni caso. Per tentare di raddrizzare la stagione o -in ultima ipotesi- per consentire la cernita degli elementi funzionali al nuovo progetto. Se oggi rifiutiamo il vecchio clichè e non c'è furor di popolo per la defenestrazione di Gattuso, un motivo -sottile ma determinante- ci sarà. Certo, il mercato non offre molto: chi è a spasso (Benitez a parte) non offre appeal e chi lo evoca sta facendo bene altrove. Ed allora, il vero nocciolo della faccenda, probabilmente, è un altro. E' la convinzione comune, sottaciuta ma non troppo, che il Napoli sia una realtà sopravvalutata. Un collettivo mai salvato dalla forza del gruppo, mai sorretto dagli attributi di qualche singolo, mai sostenuto da una cifra tecnica che fosse appena accostabile alle aspettative. Dal possibile scudetto alla paventata rifondazione, questa è una resa che tutti accettano passivamente, perchè tutti hanno sbagliato previsione. Una specie di strafalcione comune di cui nessuno -media compresi- si sente più responsabile di chi stila la formazione: come puoi attaccare l'incompetenza di chi ha condiviso le tue stesse aspettative?
    La partita col modesto Benevento non sposta equilibri e non gonfia le aspettative, eccetto quelle consentite da una aritmetica ancora amica. Il mestiere di Mertens e la ritrovata affidabilità di un Ghoulam tuttora spaurito sono gli unici elementi da aggiungere al quadro attuale. Tre punti senza affanni e sbavature. Ma esserci -con questi chiari di luna- è già un traguardo enorme.

(Fa.Cas.)
    

 

    Dimostrarsi amico della verità qualche volta è una impresa contro natura, se c'è la passione di mezzo. Può sembrare perfino irriverente verso un disegno del destino che avrà il suo senso ed il suo costo, visto che i tributi sono stati già versati, tra infortuni, Covid e qualche graffio (molto mirato) della malasorte. Ed allora mettiamola così: accettiamo i tre punti come una forma di risarcimento, ottenuto per diritto divino e consegnato con un solo tiro in porta (ed uno rimarrebbe anche aggiungendo le due partite con l'Atalanta), giocando poco e soffrendo le pene dell'inferno.
    Ma passare all'incasso non vuol dire chiudere gli occhi. Non significa negare una realtà -da qualcuno già colta- che ha visto il Napoli vincere nell'unico modo possibile per una provinciale consapevole del suo ruolo e della sua cifra tecnica. Perfino la formazione -tutt'altro che concepita per la difesa ad oltranza- ha dimostrato che oggi il Napoli non è in grado di imporre gioco o almeno di controbatte quello altrui, salvo opporre diligenza e applicazione ferrea per l'intero arco di gara.
   Il punto è che, alcune volte, le intenzioni hanno il loro peso: il senno postumo di una vittoria sofferta riconosce a Gattuso l'onore dell'eroe che se la vuole giocare, affronta il giorno del giudizio con un solo incontrista (il più chiacchierato) nel chiaro intento di cadere vittima solo delle sue idee e non delle angosce difensive del momento. Se l'identità di una squadra compiuta manca (e manca ancora!) è umanamente complicato accanirsi sull'operato di un uomo verticale coerente con sè stesso, a cui ormai manca il tempo, ma non le attenuanti e le potenzialità di traguardo, eternamente alla portata.
    Ecco perchè il tempo stringe ma il giudizio resta sospeso. Tranne che per una considerazione marginale, che riguarda la difesa della porta azzurra. Proprio oggi, dopo tanti processi ad un dualismo inopportuno, viene da chiedersi: di cosa parleremmo se in campo fosse sceso un dodicesimo, anzichè un secondo numero uno? La lezione arriva perentoria: trasformare un lusso in una polemica è follia assoluta. Specie se già c'è poco di cui godere.

(Fa.Cas.)
 

    Nello sconforto, l'unica novità è il senso di impotenza: molto è sbagliato, ma nulla è correggibile. Fatta salva l'immagine di don Aurelio, prima vittima eccellente, intoccabile è Gattuso: tempo non ne avrebbe nemmeno un rimpiazzo. Puntualissima la cattiva sorte, che ha scientificamente escluso Koulibaly nel momento peggiore. Immuni sono i giocatori: attitudini ed attributi cambierebbero solo per volere dello Spirito Santo. Il valzer delle responsabilità oggi chiama in pista Giuntoli: dietrologia allo stato puro che stizzisce e non prevede correttivi: il calciomercato è chiuso. Per fortuna, direbbe qualcuno, vista la sequela di capolavori collezionati negli ultimi tempi.
   Certo, sulla resa di Petagna poco si può obiettare. Il centravanti non è da Napoli nella stessa misura in cui è arrivato da terza scelta. Peccato che si tratti di un affarino da venti milioni, con una potenziale plusvalenza molto improbabile, tanto per non infierire. Col solo Lobotka -beato chi lo vede- i milioni salirebbero a quaranta (piu' o meno proprio quanto costerebbe l'esclusione dalla Champions). Ma l'attualità ci spedisce sui motori di ricerca, che confermano un ricordo rimosso: Maksimovic costò venticinque milioni più bonus, dopo uno memorabile tira e molla durato due anni con quel volpone di Cairo. La sua resa nel Napoli è pari al suo precedente curriculum: praticamente nulla. Valore attuale: quindici milioni, puntualmente ridimensionabili visto il contratto in scadenza. Sull'oggetto misterioso Rahmani (quattordici milionicini) c'è da impazzire: il Napoli lo compre con previdente anticipo, ma gioca solo se Gattuso è costretto, come potrebbe succedere contro la Juve dopo un minutaggio risibile. Manolas? La statura è diversa, ma alzi la mano chi crede che il redimento sia stato pari alle aspettative. 
    Il modulo resta ballerino, si conclude molto (da fuori area) e si segna poco. Ma se il Napoli perde a Genova subendo due reti in due sole azioni, imponendosi poi per il resto della partita, al tifoso manca perfino il conforto della recriminazione. Resta smarrito ed impotente di fronte all'unica Verità assoluta: primo, non prenderle. Nel momento della verità e delle scelte sbagliate, Napoli è ridotta a sperare nell'imprevedibilità del pallone. Le sicurezze di settembre sono  lontane e perfino ridicole. Lo scarto tra i due momenti è in una sola parola, la solita: competenza.

(Fa.Cas.)

 

    I tre punti ci sono, il Napoli no. Manna piovuta per chi guarda ai numeri, un supplizio per chi cerca il bandolo di una matassa sempre più ingarbugliata. Anzi, fatti certi su cui imbastire ipotesi di ripresa non ci sono ancora, semplicemente perchè il Napoli riferimenti non ne ha più: incerto il rinnovo di Gattuso (con ovvie ricadute sulle reazioni del gruppo), ballerino il modulo, in eterno dubbio i suoi interpreti (giubilato anche Bakayoko, unico ed indiscusso incontrista di razza), chiacchierato -tanto per essere garbati- anche il talento di Giuntoli, burattinaio occulto e ripudiato degli ultimi anni. Di nuovo misteriosa è perfino la data di recupero di Osimhen e Mertens, due elementi senza i quali il Napoli resta in attesa di una valutazione oggettiva e organica: un modo per invocare lecitamente un filo di pazienza fino al prossimo marzo.
    Ma una squadra senza certezze non può aver stima delle sue potenzialità, tantomeno può vantare un carattere poggiato su valori dimostrati. Senza queste basi non meraviglia il fatto che la mediana a tre tecnicamente più dotata (Zielinski, Demme, Elmas) non riesca ad infilare quattro passaggi consecutivi nè a liberarsi con sufficiente disinvoltura dalla pressione alta del Parma. Nè può stupire che la penultima in classifica metta in pesante discussione una vittoria resa certa solo dal raddoppio di Politano al minuto 82. La sensazione di precarietà è la coltre che avvolge una squadra senza scheletro. Storia insegna che raramente questa deriva si risolve da sola e nella migliore delle maniere.
    Qui non si tratta di discutere la legittimità di un allenatore. Si tratta semplicemente di riconoscere che il Napoli di oggi non ha valori concreti su cui lavorare, ammesso che possa chiamarsi lavoro ciò che ci ha portato a non essere più certi di nulla dopo un girone intero. Comunque la vediate, molte cose  dovevano quadrare prima. Braccati dal calendario, ormai siamo fuori tempo massimo.

(Fa.Cas.)

 

    Sei sconfitte in diciotto partite. Sarebbero dodici all'anno, ma c'è di peggio oltre ai numeri. Nel Napoli di Gattuso, tutti (ad eccezione di Lozano, che peggio dello scorso anno non poteva fare) rendono ben al di sotto della loro cifra tecnica, pedine (in)colpevoli di un progetto impalpabile, di squilibri atavici, di una logica di mercato zoppa già a luglio. Il palleggio di reponsabilità è perpetuo e stucchevole, denso di aria fritta e motivazioni improbabili che invocano quel carattere che non si compra al mercato, ma è il trucco perfetto per non condannare nessuno e coinvolgere tutti: mal comune, mezzo gaudio e tiriamo a campare. Pochi, in maniera più propria, parlano di leaderanza, ma l'articolo è molto diverso e -soprattutto- costa caro.
    La crisi esplode, ma qualcuno dirà: questa squadra ha distrutto la Fiorentina appena sette giorni fa. Il merito c'è, ma è assai meno significatico di una striscia di prestazioni deludenti che partono dalla sconfitta di Milano, proseguono con quella di Roma con la Lazio, passando per le delusioni interne con Torino e Spezia e la vittoria senza gloria di Udine. Cagliari e Fiorentina tiepidi reggi di sole dissolti nel gelo di Reggio Emilia, dove il Napoli ha lasciato la Supercoppa senza nemmeno tentare di afferrarla.
     Sei sconfitte, ma fino ad ieri il tifoso puntava ancora alla vetta del campionato. E' il paradosso dovuto a una certezza condivisa, prematura ed ambigua: l'organico azzurro è superiore a quello degli anni scorsi. Una sicurezza dopata, che richiama Gattuso alle sue responsabilità (se confermata) e inchioda Giuntoli (se smentita) per troppi bluff che ci sono costati cassa, tempo e progettualità. I fatti dicono che quell'organico profondo -ostentato con grande enfasi-  è sprofondato appena il gioco si è fatto duro, al punto di costringerci oggi ad ammettere che a Verona hanno ceduto per sfinimento la stragrande maggioranza dei titolari di quattro giorni fa a Reggio. La bella teoria è colata a picco in tre mesi e mezzo.
    Se il tifoso invoca il cambio di guida tecnica, non è solo per una esigenza di pancia. Aspettare il ritorno di Mertens e la ripresa fisica di Osimhen è oggettivamente troppo poco -dopo questo naufragio- per ricavare speranze oggettive di ripresa. L'onestà contadina di Gattuso, travolta da tradimenti e psicodrammi,  evoca rabbia e tenerezza. L'eterno gioco delle parti ha bisogno di vittime pubbliche e salvatori di Patria. Ma i delitti veri -mai dimenticarlo- si consumano d'estate, fuori dal rettangolo verde e lontano dalle urla del mister.

(Fa.Cas)


   

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