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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

La scommessa vinta

Quando bisogna dirlo, diciamolo. Con Osimhen il Napoli ha fatto un investimento straordinario. Quando è il caso, diamo merito alle scelte fatte. Se oggi possiamo sognare, è soprattutto grazie a questa scommessa vinta.

Mario Sellitti - Napoli 

 

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    Una catastrofe. Uno di quelle che non si dimenticano più. Ma la meraviglia non supera il dispiacere, anzi. Napoli è affranta ma non si stupisce se un manipolo di ragazzi talentuosi viene meno nel momento della verità: perchè ha ragione chi invoca -ogni santo anno- l'ingaggio di leader con attributi veri. E' nel vero chi supplica l'acquisto di uomini di carattere nei ruoli chiave (la gestione della fascia sinistra bassa sfiora il ridicolo). Predica nel deserto chi vede nella discontinuità di presunti campioncini un limite drammatico e definitivo. Ma, soprattutto è sacrosanto sottolineare un fatto ovvio: senza una idea di gioco non si va lontano nemmeno in quarta serie.
    Ma l’ultima pagina della storia di questa stagione è ancora bianca. Il vero epilogo sarà scritto dopo l’intervento di don Aurelio: un tweet per lanciare un nuovo tecnico ed un rinnovato progetto. Ammesso che il termine possa conservare il suo significato: la storia recente, da Mazzarri a Benitez, da Sarri a Gattuso, ha dimostrato, in realtà, che le dinamiche personali fra proprietà e tecnico sono prioritarie rispetto ai traguardi sportivi. La progettualità non è che un esile paravento dietro il quale si sono consumati divorzi al limite dell’autolesionismo. Sarà complicato spiegare ai posteri ignari la curiosa storia di Sarri, comandante -mai rimpianto come oggi- di un Napoli epico ed indimenticabile ben più dei novantuno punti ottenuti, andato via per motivi tuttora ignoti e senza paternità documentata, o la singolare parabola di Benitez e Mazzarri, condottieri di gruppi diversamente ambiziosi ma lanciati verso migliori fortune, scappati via da Napoli per le mille perplessità sui reali disegni del padrone di casa. Gattuso -a prescindere dal flop finale- non è che l’ultimo esempio di una discrasia storica fra risultati sportivi e rapporti personali, così estrema da evocare periodicamente sulla panchina azzurra la maggior parte dei tecnici di un recente passato scivolato via senza un solido perché.
    E le dinamiche distorte non finiscono qui. La stagione lascia in eredità una evidenza che bisogna ricordare: le coppe europee hanno una valenza reale solamente nell’indotto della qualificazione. Garantiscono ossigeno a giugno, portano all’asfissia pochi mesi dopo: la partecipazione in se’ -con il dispendio fisico ed emotivo che esse impongono- resta un vulnus ineludibile che si ripercuote sulla classifica del campionato e condiziona la pianificazione economica di quello successivo. L’Inter ha cominciato a volare dopo l’uscita dalla Champions, le romane hanno pagato un dazio letale inseguendo sirene improbabili, il Napoli ha gettato le basi del tentativo di qualificazione solo dopo il tracollo col Granada. Insomma, penalizzare il campionato per ben figurare in Europa è un suicidio di programmazione insostenibile per le squadre italiane, dipendenti dai diritti televisivi molto più che dalle glorie effimere di ciò che viene trasmesso. Onorare lo sport svilisce la sua progettualità: una follia su cui sorridere quando maneggiamo distrattamente lo scettro dei giorni nostri: il telecomando.

(Fa.Cas)


 

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