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E
poi dicono che l'Italia è un
Paese con cinquanta milioni di
ct. Troppo ovvio. Tutti noi ci
sentiamo autorizzati, dopo un
tale compendio di errori,
presunzione, incapacità e
superbia. Un tripudio di
sciocchezze adeguatamente
retribuito, si capisce. Una
disfatta senza precedenti, a
quanto pare. Senza precedenti
semplicemente perchè anche nelle
pagine piu' nere della nostra
Nazionale, c'è quasi sempre
stato un ostacolo oggettivo con
il quale misurarsi. Questa volta
ne abbiamo fatto a meno. Abbiamo
fatto tutto da soli, nella
memorabile impresa di
classificarci ultimi in un
girone che comprendeva le numero
31, 34, e 78 del ranking
mondiale. E lo abbiamo fatto da
campioni in carica. Un
capolavoro, altroche'.
Innanzitutto, l'esame obiettivo delle premesse. L'unico dato
oggettivo dal quale si potevano
valutare le nostre possibilità
in questo Mondiale era
rappresentato dalla mediocre
qualità della squadra. Non è
certo un
caso
che la nostra nazionale si copra
di ridicolo proprio nella
stagione che ha visto l'Inter
trionfare in Italia prima ed in
Europa poi. Il club campione non
ha titolari italiani e non ha
dato alcun apporto alla
selezione di Lippi. E' solo
l'espressione piu' eloquente di
una tendenza suicida per il
nostro movimento calcistico. Una
intera generazione di giovani
leve italiane (e forse non la
prima) fa fatica ad emergere,
quando non viene seppellita sul
nascere da una esterofilia
ossessiva ed onnipresente, di
cui si discute a scadenze
regolari, ma solo quando li
azzurri restano senza ossigeno.
Ma negli intervalli - ed è questo il lato raccapricciante che
nessuno approfondisce - tutti
hanno interesse a sostenerla. La
sostengono implicitamente i
giornali, che godono del ritorno
di interesse suscitato dai
campioni da copertina o dai
giocatori talvolta sconosciuti
al pubblico italiano e per
questo sopravvalutati fino alla
fatidica prova contraria. La
sostengono le squadre di club,
perennemente impegnate nelle
scommesse sul mercato estero.
Quelle che ti assicurano
plusvalenze quando il giocatore
riesce a rendere e che in ogni
caso garantiscono la temporanea
compiacenza della piazza nelle
fasi di mercato. Oggi piovono
maledizioni sul fallimento
annunciato del blocco Juve. Ma i
veri rimpianti si limitano ai
soli nomi di Cassano (del quale
pochi ricordano la fase negativa
dalla sua stagione, che ha dato
l'avvio alla poderosa rincorsa
alla Champions della Samp) e di
Balotelli, che non è esattamente
l'esempio del giovane rampante
con la testa a posto. La realtà
del Sudafrica è stata un mix di
campioni con un bel passato e di
giovani che probabilmente non
avranno un gran futuro, chiamati
all'esame di maturità senza
esperienza internazionale e
l'autostima per i gradi
guadagnati sul campo. Si parla
tanto di paralisi da terrore, ma
si corre il rischio di invertire
la causa con l'effetto: non è il
terrore a determinare la
mancanza di qualità, quanto la
coscienza del limiti a bloccare
le gambe. Se non è proprio
paralisi, una certa confusione
ha colpito anche la stampa piu'
autorevole: nell'ipotizare le
nuova Italia di Prandelli, con
l'eccezione del nome di Buffon,
che ovviamente tornerà fra i
pali, secondo la Repubblica
l'undici piu' accreditato
prevede Chiellini, Pirlo, De
Rossi, Montolivo (ossia l'intera
mediana appena colata a picco) e
Gilardino. Sei titolari su
undici confermati. Alla faccia
del cambiamento.
E' il festival dell'ipocrisia, diciamocelo chiaro. Dopo la
storica sconfitta con la Corea
del '66, furono chuse le porte
del campionato italiano ai
giocatori stranieri. Oggi la
sentenza Bosman impedisce un
provvedimento simile, certo. Ma
basterebbe che la Federazione
imponesse un certo numero di
italiani nelle formazioni
mandate in campo la domenica e
anche le squadre di vertice
sarebbero costrette a pensare in
italiano. Un provvedimento
banalissimo. Chi ne parla ?
Nessuno. Ma soprattutto: chi
potrebbe sostenerlo? La stampa?
Le società? Pie illusioni: c'è
il profitto da curare, al
diavolo l'azzurro.
Un problema, quello appena descritto, figlio adottivo del
nostro campionato povero di
talenti. Ma da solo non basta
per sprofondare nel ridicolo: il
nostro movimento, benchè malato,
avrebbe potuto comunque superare
i primi, deboli ostacoli. Ciò
che fa rabbia è che il resto del
capolavoro sia stato portato a
termine proprio da Marcello
Lippi. Un uomo che ha scelto il
momento più opportuno per
lasciare e quello assolutamente
più sconsigliabile per salire
sul quel taxi chiamato
Nazionale.
C'è una differenza fondamentale
tra la parabola sportiva di un
calciatore e quella di un
allenatore. Nel primo caso,
molto spesso è l'età la
variabile dominante che
condiziona la sua carriera:
nessuno potrà discutere le
qualità tecniche di Fabio
Cannavaro, vittima solo della
sua ostinazione a voler rimanere
saldamente in sella, ne' i suoi
allori. Ma chi allena, svolgendo
un compito meno sottoposto
all'usura del tempo e più legato
alla componente di concetto, è
soggetto ad un giudizio più
sottile e certamente ingrato.
Dopo il fallimento della
missione in Sudafrica ed il
logico revisionismo che Lippi si
è guadagnato con le ultime tre
partite, perfino il trionfo di
Berlino brillerà di una luce
diversa e quel fattore
imponderabile fatto di casualità
e buona fortuna che suggella
anche le imprese piu' memorabili
diventerà piu' preponderante di
quanto lo sia stato ieri. Saremo
tutti portati a ricordare
la benevolenza del tabellone
prima e della lotteria dei
rigori poi e l'incidentale stato
di grazia che baciò tutti,
indistintamente. Perché Lippi
oggi non è piu' un santone dello
spogliatoio in grado di
controllare gli umori e di
dominarne la concentrazione. Non
ha piu' quell'alone di
infallibilità guadagnato quattro
anni or sono. L'eterno dubbio
che la nazionale italiana
potesse d'incanto trasformarsi
in una meccanismo vincente dopo
una sequela di mezzi fallimenti
(Federation Cup in testa) ed il
solito stentatissimo avvio di
Mondiale ha, anzi, anestetizzato
le critiche dei media e
sostenuto oltre il lecito il
bluff di un gruppo che non c'è.
Lippi è arrivato alla resa dei
conti spavaldo ai limiti
dell’insolenza, per solo diritto
di detentore, senza quella
atmosfera apertamente ostile che
probabilmente avrebbe meritato e
che avrebbe forse abbattuto in
tempo le sue indisturbate
presunzioni. Che Quagliarella
fosse uno degli azzurri piu' in
palla lo dicevano sottovoce in
molti, ma la fiducia al
napoletano è stata concessa solo
sulla spinta della disperazione
o del timore che potesse
aggiungersi un altro scrupolo
alle tante delusioni.
In questo psicodramma tutto è sbagliato e fuori tempo.
Perfino la scelta del nuovo CT:
le redini sono state a Prandelli
prima ancora di affrontare il
Mondiale e di formulare diagnosi
e prognosi ad una squadra
gravemente ammalata. Ci
ritroviamo oggi con un
allenatore relativamente giovane
alle prese con un progetto di
rifondazione senza precedenti e
con materiale umano tutto da
scoprire.
Aspettare qualche mese ci avrebbe consentito, forse, di
valutare la disponibilità
dell'unico uomo in grado di
ricostruire col suo rigore il
nostro calcio ridotto in
macerie. Peccato che gli inglesi
lo abbiano capito prima di noi.
Caro Fabio, quanto ci manchi.
Fabrizio Cassero
I
DIRETTORI SPORTIVI NELLA STORIA
DEL NAPOLI
Gli ingegneri del calcio
Da
Montanari a Marino, vita e
miracoli degli uomini che hanno
"costruito" la squadra azzurra
negli ultimi 50 anni.
Grande Allodi
Nel
calcio italiano il Direttore
Sportivo ed ancor più il
Direttore Generale sono ruoli di
recente istituzione. Fino agli
Anni Settanta non se ne sentiva
il bisogno, nemmeno nei massimi
campionati. I loro compiti erano
ricoperti praticamente dai
Presidenti, dagli allenatori e a
volte anche dai segretari, come
ad esempio Italo Allodi nella
Juve. Ricordiamo ancora che
Roberto Fiore era chiamato
scherzosamente il
presidente-tecnico. Completavano
gli organici-standard delle
società il medico sociale ed il
massaggiatore (all’esterno si
muovevano conoscitori o
sedicenti tali del calcio che
agivano come “osservatori” e
scopritori di talenti. Col tempo
si sarebbero trasformati in
agenti, procuratori o
dirigenti). Nessun altro. Dei
Direttori Sportivi non c’era
traccia, così come – ovviamente
– non esistevano ancora i
procuratori dei giocatori. I
trasferimenti si realizzavano
solo su iniziativa delle
società. Senza intermediari
ufficiali – solo mediatori poco
tollerati - e senza nemmeno il
consenso degli interessati. Non
era ancora indispensabile la
firma contestuale del giocatore.
L’ingaggio veniva dopo, ed ai
giocatori andava una percentuale
sul prezzo di acquisto.
Soltanto negli Anni Settanta, dicevamo, le squadre cominciarono ad
avvalersi di personaggi, un po’
tecnici ed un po’ organizzatori,
che affiancarono i presidenti in
un’attività che stava diventando
sempre più complessa e
laboriosa. Di anno in anno gli
organici delle società di calcio
si sono così arricchiti, di pari
passo con le esigenze
organizzative dei sodalizi,
tanto che nel Duemila agli
storici ruoli ( presidente,
allenatore, segretario, medico
sociale e massaggiatore) si sono
aggiunti qua e là
l’amministratore delegato, il
responsabile tecnico, il
responsabile organizzativo e
logistica, il team manager, il
responsabile dell’area delle
comunicazioni, l’addetto stampa,
il segretario generale, il
segretario sportivo, i
collaboratori tecnici, i
coordinatori sanitari, gli chief
financial officer, il direttore
vendite, i preparatori atletici,
il responsabile del settore
giovanile, l’allenatore dei
portieri, gli allenatori della
“primavera”,il consulente di
mercato,il direttore dei servizi
operativi, il direttore
commerciale, il direttore
editoriale, il responsabile del
settore giovanile, i
massofisioterapisti, i
fisioterapisti, il direttore
marketing, il direttore della
pianificazione ed il controllo
degli affari societari. E chi
più ne ha più ne metta.
(Nella foto, Italo Allodi al San
Paolo)
MONTANARI PER
AIUTARE GIOACCHINO
-
Nel Napoli si evidenzia il primo
Direttore Sportivo nella
stagione 1967-68. Mentre
sbiadiva l’immagine dell'ex
presidente Roberto Fiore
(passato per ripicca nei quadri
dirigenziali della Lazio),
Achille Lauro restava sempre
come magna pars, stavolta a
protezione del suo primogenito,
divenuto presidente proprio per
volontà del Comandante. E fu
proprio sotto l’egida di
Gioacchino Lauro, più
spendaccione che austero
amministratore, che arrivò a
Napoli nel 1967 il primo
Direttore Sportivo, il
ragioniere bolognese Carlo
Montanari ingaggiato a
supporto dell’inesperto
presidente bambinone. Fu quello
l’anno degli acquisti di Zoff,
Barison, Pogliana. Ma
l’esperienza fu di breve durata:
nella stagione successiva, col
Napoli in crisi economica,
Montanari fu liquidato “perché
costava troppo”. Del Direttore
Sportivo non c’era più bisogno.
Al mercato dell’hotel Gallia
andava personalmente Gioacchino
a comprare – si diceva – gambe
maschili e femminili.
L’EX INQUISITORE
NON FU UTILE
-
Nella stagione 1969-70, il primo
campionato di Ferlaino giovane
presidente-padrone, ma anche
subito ambizioso, nonostante i
vuoti di cassa, il Napoli tornò
ad ingaggiare un Direttore
Sportivo e fu scelto, fior da
fiore, l’avvocato Dario Angelini,
ex temuto inquisitore della
Federcalcio, un dirigente che
Ferlaino pensava potesse
essergli utile per le indubbie
aderenze e come gran conoscitore
delle “segrete cose”. Ferlaino
lo giudicò - come fu scritto -
“l’acquisto più utile” di
quell’anno , ma poi lo ridusse a
svolgere un ruolo marginale
nella costruzione e nella cura
della squadra. Angelini non fu
molto attivo nel mercato
azzurro. Venne piuttosto
impioegato come consulente…
fiscale, in una situazione
societaria molto difficile. Per
le altre iniziative il fresco
presidente preferì fare da sé.
Le studiò tutte per coinvolgere
il popolo napoletano. Offrì
posti numerati a buona parte
degli abbonati, ipotizzò
parcheggi riservati (ma non ci
riuscì), rispolverò lo stemma di
Ferdinando II di Borbone per
applicarlo anche sui blocchetti
di abbonamento e sulle divise
sociali. Disse che bisognava
ricordare agli italiani tutti
che “poco più di cent’anni prima
Napoli era capitale di un
regno”, sorteggiò abbonamenti
ogni volta che si risparmiava
multe per i soliti mortaretti.
Ma Angelini venne tenuto sempre
in disparte. Tutte le idee
scaturivano solo dalla vulcanica
mente dell’ingegnere, molto
attivo fin dai primi anni di
presidenza. Ferlaino. dopo aver
fatto fuoco e fiamme per
ingaggiare Angelini, lo
ridimensionò. I maligni
sostengono che pensava di
ritrovare utili le qualità
dell’ex inquisitore (che a suo
tempo aveva indagato anche sul
Napoli) nel caso ci fossero
presentati guai con la giustizia
sportiva. Ma ci fu soltanto la
necessità di preparare una
robusta difesa, quando durante
un Napoli-Milan del 20 dicembre
1970, in pieno clima natalizio
(divenne un’attenuante!) il
rossonero Villa fu colpito da un
razzo. sotto gli occhi di
Rosario Lo Bello. Due a zero a
tavolino (invece dell’1-0) e S.
Paolo squalificato. E’ il caso
di ricordare che Angelini
“grande inquisitore” era
subentrato ad un altro famoso
“007” della Federazione, il
conte Rognoni. In alcune
edizioni del calcio-mercato
(come già detto, era allora il
noto Hotel Gallia) Rognoni a
volte era solito travestirsi da
frate per tentare di scoprire le
magagne dei mediatori e cogliere
sul fatto dirigenti
squalificati. Angelini andò via
dal Napoli nel 1972, dopo che
Ferlaino si era reso conto che
praticamente l’ex inquirente
federale non era indispensabile,
nonostante le tante pratiche
ancora da evadere. Né Chiappella
aveva bisogno di tutore.
JANICH: NO AGLI
INTRALLAZZI
- Nel 1973-74, nella nuova sede
in Via Crispi, si insediò poi
come Direttore Generale, il
friulano Franco Janich, (già
difensore centrale di Atalanta,
Lazio e Bologna, nonché della
Nazionale) ed il Napoli, con gli
acquisti di Clerici ed Orlandini,
alla fine di una stagione
storica si installò al terzo
posto, guidato dal
rivoluzionario Luis Vinicio.
Janich restò a Napoli quattro
stagioni. Ferlaino – come
ricorda Giuseppe Pacileo –
pretendeva da Janich correttezza
e lealtà (e ne ebbe) nei
confronti del Napoli, ma
chiedeva anche intrallazzi a
danno altrui. E qui Janich non
accontentò l’ingegnere. Passò al
Como, allenato da Rambone. Al
posto di Janich, liquidato
insieme con Pesaola, arrivò a
Napoli nel 1977-78 Giorgio
Vitali, general manager,
dall’aspetto pacioccone,
ingaggiato per i buoni risultati
ottenuti nel Monza. Fin da
maggio era stato tutto concluso.
Prima storica decisione di
quella stagione: l’allenatore Di
Marzio, dopo un anno di
permanenza sulla panchina
azzurra, e Vitali, giudicarono
non indispensabile capitan
Juliano, invogliando Ferlaino a
dargli la lista gratuita.
Juliano scelse il Bologna di
Pesaola, anche perché il suo
ingaggio (120 milioni) era
ritenuto insostenibile. Dopo
sedici anni si ammainava così
una bandiera. Arrivava però il
successo nel campionato
Primavera grazie ad un'altra
famosa “bandiera” passata dal
nerazzurro all’azzurro:
Mariolino Corso. L’acquisto più
indovinato in quel periodo fu
quello del portiere Castellini,
in rotta con Radice. (Nella
foto, Franco Janich col
presidente Ferlaino)
LA DIFFICILE
CONVIVENZA CON JULIANO
- Mentre Ferlaino, stanco
anche di Vitali, dopo tre
stagioni, falliva l’ingaggio del
tandem Ramaccioni (direttore
sportivo molto in auge) e
Castagner (allenatore) entrambi
protagonisti del miglior Perugia
di ogni tempo, a Pasqua del
1980, a seguito di una crisi
societaria, l’ingegnere chiamava
a sorpresa Antonio Juliano
come Direttore Generale. Ma
“Totonno” restò una sola
stagione. All’insegna del motto
“il Napoli sono io”, Juliano
ottenne dall’accondiscendente
Ferlaino la piena responsabilità
del sodalizio ed un contratto
triennale. Divenne anche
azionista e poi consigliere,
sembrava sul punto di diventare
un nuovo Boniperti, l’uomo
adatto per contrastare l’onda
montante del malcontento
popolare (quel furbo di Ferlaino!).
La prima incrinatura si verificò
con la conferma di Marchesi
allenatore, che non andava
d’accordo con l’ex capitano e
stimava moltissimo invece il
medico sociale Emilio Acampora.
In compenso Juliano si rese
protagonista dell’ingaggio di
Rudy Krol,
già
pilastro del favoloso Ajax e
tesserato in Canadà. Il Napoli
ne trasse grande giovamento e
alla fine si classificò terzo,
dopo Juve e Roma. Ma nonostante
l’ottimo piazzamento, il
rapporto con Juliano si chiuse
anzi tempo. Troppi screzi con la
società, varie interferenze nel
suo lavoro, addirittura un
richiamo “a rispettare i suoi
compiti istituzionali”. E fini
tutto con le dimissioni.
Sentendosi ingannato, Juliano
sparò palle infuocate contro
Corrado Ferlaino, che non era
stato ai patti. (Nella foto,
Antonio Juliano con
l'allenatore Rino Marchesi)
BONETTO PESCO’ DIAZ
- Nella stagione 1981-82 il
Napoli sostituiva Juliano col
ritorno di Janich, quale
coordinatore generale, ma a
novembre firmava un contratto
biennale di Direttore Generale
con Beppe Bonetto, ex D.S. del
Torino, il quale contribuì a
screditare agli occhi di
Ferlaino il suo predecessore
Juliano, accusandolo di
scorrettezza nella fallita
trattativa per l’acquisto di
Graziani, attaccante granata.
Bonetto, legò il suo nome al
laborioso acquisto di Ramon
Diaz. Anni dopo, cioè nell’87,
svolse un lavoro occasionale
come consulente di Ferlaino e
sbloccò - lo ricorda Franco
Esposito, inviato de Il Mattino”
in Brasile e memoria storica del
Napoli - la difficile trattativa
col San Paulo per Careca, dopo
un’aspra discussione con il
presidente Aidar, riportando in
Italia la firma sotto il
contratto già preparato
dall’amministratore azzurro
Giorgio Curti. Riprendiamo il
filo: il rapporto biennale di
Bonetto col Napoli si esaurì
nell’83, con la salvezza
ottenuta in extremis dal tandem
Pesaola-Rambone. Ferlaino aveva
passato la mano a Marino
Brancaccio per la contestazione
dei tifosi che rivolevano
Juliano in società (ricordate il
famoso aereo sul San Paolo? "Ferlaino
via, Juliano torna!" era scritto
sullo striscione volante) e
Brancaccio, infatti, li
accontentò, richiamando l'ex
capitano. Ben presto, però, se
ne sarebbe andato sbattendo la
porta, lasciando così a Ferlaino
l’eredità Juliano. L’ex
capitano, da Direttore Generale,
si trovò dunque di nuovo a
lavorare nel 1983-84 con
Ferlaino “nemico del giorno
prima”. Ma si misero d’accordo
di operare in piena concordia
per il bene del Napoli. Juliano
puntava ad ingaggiare Trapattoni
per la panchina lasciata da
Pesaola e Rambone, “nemici del
giorno dopo”, e finì invece col
doversi accontentare del modesto
Piero Santin, ex Cavese,
sostituito poi nel finale di
campionato da Rino Marchesi,
richiamato per acciuffare in
extremis la salvezza. Nell’
1984-85 il canto del cigno del
dirigente Juliano, con
l’acquisto di Maradona.
L’iniziativa partì dal
procuratore di Diego e la
proposta giunse a Juliano da
Avellino tramite Pierpaolo
Marino. Il suo grande merito fu
di costringere Ferlaino ad
impegnarsi per l’acquisto. Cosa
che l’ingegnere fece, trovando i
soldi e muovendosi con la
consueta astuzia. Fu il punto di
partenza del grande Napoli degli
scudetti e della Coppa Uefa.
CON ALLODI L’ALBA
DELLO SCUDETTO
- Il contratto di Juliano era
scaduto e Ferlaino nel 1985
coronò così il suo vecchio sogno
di portare a Napoli Italo Allodi,
uno che, per le sue esperienze
nella Juve e soprattutto
nell’Inter di Angelo Moratti ed
Helenio Herrera, sapeva tutto di
calcio e conosceva gli “uomini
giusti”. Al suo fianco fu
chiamato Pierpaolo Marino un
operatore di mercato serio e
competente. Allodi e Marino
furono gli uomini che
costruirono, pezzo dopo pezzo,
il grande Napoli intorno a
Maradona. In due anni arrivarono
in azzurro - agli ordini dello
spigoloso Bianchi, molto stimato
da Allodi e Ferlaino - i vari De
Napoli, Giordano, Carnevale,
Garella (in rotta con
l’allenatore del Verona,
Bagnoli), Pecci, Renica e, in un
secondo momento, lo sconosciuto
Romano, pescato da Marino a
Trieste e preferito al
brasiliano Junior. Nell’anno
dello scudetto, però, un grave
malore nell’Hotel Royal, sul
lungomare di Napoli, metteva
sulla sedia a rotelle Italo
Allodi. Invano si sperò in una
pronta e completa ripresa della
sua pur forte fibra.
MOGGI, UN RUOLO
COMPLICATO A NAPOLI
- Ferlaino per difendere lo
scudetto nell’87 assunse Luciano
Moggi, già vice-capostazione di
Civitavecchia, anche lui grande
conoscitore di uomini e cose.
Pierpaolo Marino, invece,
rinunziò al rinnovo del
contratto al fianco di Luciano:
“I miei metodi sono diversi da
quelli di Moggi”, disse,
presago. A Torino, Moggi aveva
operato bene per diversi anni,
accattivandosi le amicizie di
giornalisti, dirigenti ed anche
arbitri. Durante la gestione
Moggi furono acquistati Careca,
Giuliani e Zola. Quindi il blitz
a Madrid per ingaggiare Alemao,
in forza all’Atletico Madrid,
dopo un depistaggio dei
giornalisti, invitati ad una
inesistente cena. Ma la stampa
fu più abile del furbo Luciano
ed anticipò l’acquisto del
brasiliano. Gli andò meglio
quando scartò tutti con
l’annuncio “Non prenderò mai
Crippa dal Torino, è immaturo,
non è da Napoli”. Tempo un’ora
ed anche Crippa arrivò, però, a
Napoli come Alemao. Lo
accomunava al presidente la
predilezione per le bugie. Dopo
la felice esperienza napoletana
Moggi fu ingaggiato dalla Juve,
contribuendo ai suoi ripetuti
trionfi, finiti poi nello
scandalo di “calciopoli”, sotto
l’accusa per aver favorito con
le sue amicizie il cammino
dorato dei bianconeri. Non
risulta che a Napoli abbia
esercitato pressioni per la
squadra azzurra.
Ma
il suo lavoro in azzurro fu
molto impegnativo, non solo
nelle campagne acquisti, ma
anche nel gestire e sanare i
difficili rapporti con
l’indisciplinato e capriccioso
Maradona, per le impuntature
dell’allenatore Bianchi e per
certi criticabili comportamenti
dei giocatori. Conquistato il
secondo scudetto azzurro e
finito il ciclo di Maradona
(ormai coinvolto nella spirale
della droga), Moggi, nel 1991,
dopo quattro stagioni, fiutò
l’aria irrespirabile e se ne
tornò a Torino alla Juve. Il
resto della sua storia è nota:
la stanno ancora decifrando e
scrivendo i magistrati.
(Nella foto, Ferlaino e Moggi al
San Paolo)
ARRIVA UN NOBILE
NEL NAPOLI, PERINETTI
- Nel 1991, finito il ciclo
Moggi, Ferlaino – sempre alle
prese col suo famoso tira e
molla alla guida della società –
si affidò ad un Direttore
Sportivo di nobile casato,
scopritore di giovani talenti
(come Totti), Giorgio Perinetti
Casoni. Dopo aver preso il
francese Blanc e lo svedese
Thern, il nuovo D.T. trattò per
il Napoli, ormai squattrinato,
le grandi stelle europee: il
croato Boksic, il bulgaro
Stojckov del Barcellona e
l’olandese Bergkhamp, con la
mediazione di Raiola,
ristoratore campano con locale
ad Amsterdam e poi procuratore
tra gli altri di Ibrahimovic e
di Nedved. Il giovane Bergkhamp
chiese di venire a Napoli con un
altro olandese, individuato
nell’attaccante Numan, esterno
del Psv Eindhoven e della
nazionale. Numan e la fidanzata
vennero invitati da Perinetti
anche a sondare l’ambiente
napoletano e furono ospiti del
Napoli per una settimana a
Capri. Ma per mancanza di soldi
finì tutto lì. Ferlaino stava
trattando con Gallo la cessione
del malridotto Napoli.
Nel 1993 tornò a
Napoli Ottavio Bianchi come
Direttore Generale e con lui,
sempre dalla Roma, Carlo
Jacomuzzi, novarese, ex
centravanti del Torino e del
Taranto. Bianchi a Roma era
allenatore, Jacomuzzi direttore
sportivo. Non figurava
certamente nel clan di Moggi. A
Napoli lavorò con i Gallo e con
Lippi e poi con Boskov
allenatori. Grande conoscitore
del calcio europeo, fu uno degli
artefici dell’arrivo di
Boghossian e del brasiliano
Cruz.
IL CICLO PAVARESE
-
Nel 1995, cominciò nel Napoli il
ciclo di Luigi Pavarese,
interrotto solo nel 1998 dalla
parentesi Juliano e dalla fugace
apparizione di Grillo, ex
ferroviere, una vita nel calcio,
puteolano, gran conoscitore di
giovani. Già a Napoli come
aiutante di Marino al tempo di
Italo Allodi (in Campania aveva
giocato come mediano nel
Gladiator), era anche aiutante
di Lievore, esperto di carte
federali e regolamenti, nello
staff del primo scudetto. Tre
stagioni dal ‘95 al ’98, fino
alla retrocessione del Napoli in
B (quello dei quattro
allenatori). Auspice Moggi,
Pavarese tornò a Napoli nella
stagione 1999-2000, con la
riconquista della Serie A,
allenatore Novellino. Confermato
nella stagione successiva, tentò
invano di evitare l’arrivo di
Zeman e poi favorì l’ingaggio di
Mondonico, col quale aveva
lavorato a Torino. Fu lo
scopritore del brasiliano Amauri
e del ceco Jankulowski, ma nella
sua gestione figurarono anche
molte delusioni, non ultima
Edmundo, “o animal”.
DA MARCHETTI A
PIERPAOLO MARINO
-
Nel 2002, col Napoli ancora in
B, arrivò di passaggio
Gianpietro Marchetti. C’era
Naldi presidente-proprietario
con Franco Colomba allenatore.
Marchetti lasciò in anticipo il
Napoli, senza gloria, all’inizio
dell’inverno. Fin troppo
discreto, schivo. Sfortunata la
sua esperienza a Napoli favorita
dalle buone parole spese per lui
da un giovane giornalista
napoletano residente in Emilia e
amico della famiglia Naldi.
Aveva vinto lo sprint con il
reggino Martino.
Ma
il sogno di Naldi, che nel 2003
era stato costretto a ripiegare
su Perinetti, era Pierpaolo
Marino, allora legato
all’Udinese. Naldi non ebbe il
tempo di rimediare. Dopo tutti i
suoi errori, arrivò il
fallimento e l’uscita ingloriosa
dal Calcio Napoli.
Pierpaolo Marino giunse, anzi ritornò, a Napoli al momento della
ricostruzione, al fianco di
Aurelio De Laurentiis. Una
coppia ben assortita ed egemone,
col ritorno del Napoli in soli
tre anni dalla Serie C alla A.
Uomo di piena fiducia del
presidente, vero factotum della
società e protagonista del
rilancio, con indovinate
compagne acquisti. Pierpaolo
Marino, studi in giurisprudenza
non terminati, fu arbitro e poi
telecronista delle partite
dell’Avellino. Approdò nella
società irpina, all’epoca di
Antonio Sibilia presidente, come
collaboratore nella segreteria
guidata da Alfonso Carpenito. A
Napoli, come già detto, fu
una preziosa spalla di Italo
Allodi nella costruzione della
squadra dello scudetto. Poi con
l’arrivo di Moggi preferì andar
via. Lavorò nella Roma dove non
lasciò grandi tracce, quindi
divenne dirigente e presidente
dell’Avellino, infine Direttore
Sportivo del Pescara, prima di
assurgere al ruolo di
plenipotenziario del presidente
Pozzo nell’Udinese e da qui al
Napoli. (Nella foto, Marino
ieri e oggi: nel 1981 D.S. con
Allodi e poi nel 2007 Direttore
Generale)
I
DIRETTORI GENERALI (E SPORTIVI)
DEL NAPOLI
1967-68: Montanari
(Gioacchino Lauro) 2° in A
1969-70: Angelini
(Corrado Ferlaino) 6° in A
1970-71: Angelini
(Corrado Ferlaino) 3° in A
1971-72: Angelini
(Ferlaino-Sacchi) 8° in A
1973-74: Janich
(Corrado Ferlaino) 3° in A
1974-75: Janich
(Corrado Ferlaino) 2°in A
1975-76: Janich
(Corrado Ferlaino) 5° in A
1976-77: Janich
(Corrado Ferlaino) 7° in A
1977-78: Vitali
(Corrado Ferlaino) 6° in A
1978-79: Vitali
(Corrado Ferlaino) 6° in A
1979-80: Vitali
(Corrado Ferlaino) 11° in A
1980-81: Juliano
(Corrado Ferlaino) 3° in A
1981-82: Janich-Bonetto
(Corrado Ferlaino) 4° in A
1982-83: Bonetto
(Marino Brancaccio) 10° in A
1983-84: Juliano
(Corrado Ferlaino) 12° in A
1984-85: Juliano
(Corrado Ferlaino) 8° in A
1985-86: Allodi
(Corrado Ferlaino) 3° in A
1986-87: Allodi-Marino
(Corrado Ferlaino) 1° in A
1987-88: Moggi
(Corrado Ferlaino) 2° in A
1988-89: Moggi
(Corrado Ferlaino) 2° in A
1989-90: Moggi
(Corrado Ferlaino) 1° in A
1990-91: Moggi
(Corrado Ferlaino) 8° in A
1991-92: Perinetti
(Corrado Ferlaino) 4° in A
1992-93: Perinetti
(Ferlaino-Gallo) 11° in A0
1993-94: Bianchi-Jacomuzzi
(Ellenio Gallo) 6° in A
1994-95: Jacomuzzi
(Ellenio Gallo) 7° in A
1995-96: Pavarese
(Corrado Ferlaino) 12° in A
1996-97: Pavarese
(Corrado Ferlaino) 13° in A
1997-98: Pavarese
(Corrado Ferlaino) 18° in A
retrocesso in B
1998-99: Juliano
(Corrado Ferlaino) 9° in B
1999-00: Grillo-Pavarese
(Corrado Ferlaino) 4° in B
promosso in A
2000-01: Pavarese
(Sergio Corbelli) 17° in A
retrocesso in B
2001-02: Pavarese
(Sergio Corbelli) 5° in B
2002-03: Marchetti
(Totò Naldi) 16° in B
2003-04: Perinetti
(Totò Naldi) 14° in B
2004-05: Marino
(Aurelio De Laurentiis) 3° in C
2005-06: Marino
(Aurelio De Laurentiis) 1° in C
promosso in B
2006-07: Marino
(Aurelio De Laurentiis) 2° in B
promosso in A
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