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L’allenatore deve essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

Ancora sul Maradona

In Rete circolano i rendering delle immagini del nuovo Maradona. Alla fine, più o meno lo stesso disegno, con la sola eliminazione della pista di atletica. Si parla di tifosi a ridosso del campo, ma se si leggono i numeri, la distanza delle curve dal campo è ben  superiore a quella che attualmente c'è con il settore distinti.
C'è veramente da chiedersi a che gioco giochiamo.

Salvio Russo - Napoli

 

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    Li chiamano sliding doors. Rappresentano simbolicamente un punto di svolta che cambia il corso del destino. La narrazione dell'ultimo scudetto privilegia un momento chiave: la vittoria del Napoli col Parma. Big Rom entra nel finale e con un gol avvia la rimonta impossibile. Da allora, il Napoli vola alto, verso il titolo. La condizioni mutano, gli obiettivi anche, ma Lukaku oggi è ancora protagonista nel momento della svolta, lungo l'insidioso percorso verso la Champions. All'ultimo respiro succede tutto: la zampata velenosa, il gol, la vittoria, la commozione, le lacrime per il papà scomparso e per l'amore di Napoli. Quando la realtà è teatrale e supera la fantasia, Lukaku si riprende la scena da leader dello spogliatoio e regala ai tifosi l'ultima suggestione. Il primo infortunato rientra e lascia il segno. Il significato è simbolico, ma non troppo: è un segnale di risalita dall'inferno, ma anche la rivendicazione dei valori sottratti al rettangolo verde. Senza infortuni, dove sarebbe il Napoli ora?
   Se è Big Rom a lasciare il graffio con l'ultima delle pericolanti, è segno che le altre suggestioni deludono. Il Napoli trova subito il gol, ma gestisce male e gioca peggio. I due fenomeni rampanti non bastano, Vergara non incide, Santos è lezioso e spiega le sue panchine in Portogallo. La loro sostituzione appare corretta, ma riafferma una vecchia realtà: senza fantasia Napoli non si accende, torna prevedibile e senza spunti vincenti. Macina gioco lento senza un costrutto, si affida a scambi perimetrali ed a lunghi traversoni. Con la rete di Lukaku, i conti tornano solo in classifica, perchè con un minuto di recupero in meno sarebbero cambiate storia, morali e recriminazioni. Già, perchè Colombo autografa l'ultima delle topiche arbitrali, visto che il corner che frutta il pareggio al Verona nasce da una spinta su Buongiorno limpida perfino agli occhi di un bambino.
   In vista dello sprint finale, non ha più senso ragionare con i giocatori a disposizione, ma su quelli che a breve rientreranno. Glimour sembra avviato verso un recupero completo, mentre per De Bruyne, Anguissa e -soprattutto- McTominay le convocazioni sembrano a breve scadenza. Ma le proiezioni in avanti non finiscono qui. Mentre Conte ricorda che c'è ancora un anno di contratto, torna già utile pensare ai punti di forza della prossima stagione (uno su tutti: Hojlund) e su come investire su giovani di valore che possano integrare con grande qualità una rosa già adulta. Perchè il Napoli non è mai stato vecchio, ma soltanto incompleto.

(Fa.Cas.)
    

    Che fosse un anno molto particolare, non c’erano dubbi già da molto tempo. Ma che ogni partita si trasformasse in un autentico calvario, tra assenze e sviste arbitrali, nessuno lo avrebbe immaginato. Il Napoli esce sconfitto da Bergamo senza un vero perchè, dopo una partita intensa, ma penalizzata da due decisioni arbitrali molto discutibili. L’arte di arrangiarsi e lo spirito pugnace perdono senso se le dinamiche della partita sono accompagnate in una direzione ostile: per due volte, il Napoli avrebbe potuto arrivare al doppio vantaggio, passare ad una diversa comodità di gestione della partita. Il VAR intervenuto una prima volta, ma silente sulla seconda, regala all’Atalanta le premesse per ribaltare la gara. Interpretazioni arbitrali, tempistiche e modalità di intervento dalla sala di Lissone, danni eventi provocati in campo: il solito copione ha l’ennesima replica, mentre l’Inter saluta e se ne va.
    Nell’eterna attesa di recuperare diversi titolari, il Napoli si aggrappa alle armi che ha. Vergara e l’acerbo Santos dispensano freschezza fisica e invenzioni, ripagando la fiducia guadagnata nelle ultime giornate. Rientri a parte, è a loro che il Napoli deve affidare le speranze di una comoda zona Champions: la capacita di saltare uomo e di creare superiorità è l’unica vera vera novità in un gioco ormai asfittico ed ripetitivo nel suo sviluppo: il consunto Politano non supera più l’uomo e punta solo al cross, mentre l’accoppiata Lobotka-Elmas si applica con diligenza, ma produce poco. Le dinamiche del risultato lasciano fuori lo scalpitante Gilmour: non c’è pace per un centrocampo devastato da infortuni e ritardi nei rientri. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare di affrontare la fase decisiva del campionato con un solo reduce dei fantastici quattro dell’avvio. Il giudizio sulla stagione resta penalizzato da troppi fattori estranei al rettangolo verde.
    Con l’Inter ormai proiettata verso lo scudetto, la corsa alla zona Champions è l’ubico argomento rimasto ad una stagione rovinata dalle polemiche arbitrali. Il Napoli conserva un margine di quattro punti sulla Juventus, quinta, prima di affrontare quattro impegni alla sua portata con Verona, Torino, Lecce e Cagliari. E’ questo il trampolino di lancio che potrebbe spingere gli azzurri, in un finale di campionato che prevede solo sue sfide ostiche, con Milan e Como. La nottata può passare comodamente, nonostante tutto e tutti.

(Fa.Cas.)
 

       

    E' cominciato un altro campionato? Si fa bene a crederci, perchè non è solo suggestione. Con un solo impegno a settimana, il Napoli c'è e non fa fatica ad imporsi. Perchè la partita di Genova è ricca di episodi che la consegnano alla storia sofferta di questa stagione, ma va valutata al netto degli eventi contrari. Già subito dopo il rigore subito, la squadra è salita in cattedra, ha recuperato e ribaltato senza troppi patemi, ha retto bene il campo con l'autorità della squadra superiore. Questo è ciò che conta davvero: le due incertezze di Buongiorno (la prima frutto di un rimbalzo impossibile, ma pochi lo hanno notato), il forfait di McTominay e l'espulsione di Juan Jesus appartengono alla narrazione delle infinite ostilità con cui gli azzurri devono misurarsi, ma intervengono relativamente nei pareri. Riferirsi all'ultima mezz'ora della prima frazione significa dare l'unico giudizio possibile. Il Napoli c'è e non molla: la fiducia nel reduci è ormai pari all'ammirazione per un gruppo ormai anestetizzato, insensibile alle disgrazie, determinato oltre ogni ferita.
    Intendiamoci: per vincere su rigore all'ultimo respiro, specie quando il pareggio sembra il traguardo per la tua sofferenza, è necessario un pizzico di fortuna. Ma a quel respiro devi pur arrivarci. Devi adattarti, resistere e crederci. C'è bisogno che ognuno contribuisca con determinazione e resilienza. C'è necessità di un riferimento che trasmetta volontà e sicurezza. Se l'ambiente non è pronto al combattimento, non è possibile miracolo. Il valore aggiunto di Conte sfugge ancora ai più, anche se basterebbe riflettere su un incantesimo che travalica i presupposti tecnici e si rinnova domenica dopo domenica, senza un perchè che calpesti l'erba.
    Sullo sfondo, le infinite polemiche su VAR e mondo arbitrale. Un guazzabuglio senza fine, che ha la sola utilità di fornire a tutti un valido pretesto per ridiscutere i propri meriti, al netto delle (eventuali) ingiustizie subite. Una foglia di fico afferrata al volo anche De Rossi, al quale verrebbe invece da chiedere -dopo due regali, una espulsione e il sacrificio dell'avversario migliore- quale altra sciagura dovesse abbattersi su un  Napoli già decimato, per poterlo sconfiggere sul campo. La questione VAR è aperta come mai in passato. Verrà il giorno in cui si capirà che il nodo non è certo il mezzo tecnico, ma un regolamento sempre interpretabile, eternamente in balia del concetto di intensità del fallo. Proprio il cotone che ha cucito qualche stella di troppo.

(Fa.Cas.)

 

    Quando il capitano cade sul campo, anche nei film il racconto si ferma. E' il momento della riflessione, la percezione del momento si allarga. Il tempo si blocca, il combattimento va in second'ordine, si riflette sull'assurdità del conflitto e di ciò che vi gira intorno. La vittoria può anche arrivare, ma è un dettaglio nella follia che ha ingoiato tutto e tutti. Anche lo sport vive di questi momenti, con una leggerezza diversa, ma non per questo meno significativa. Il valore simbolico dell'infortunio di Di Lorenzo, impavido reduce tra una sequela di infortuni, quasi annulla il sapore del successo. Ne esalta solo il lato umano, ma non agli occhi di tutti. In una tempesta di polemiche, un manipolo di soldati scende in campo ogni tre giorni. La gente discute e si accalora, ma tocca sempre a loro metterci la faccia. E' un gioco al massacro paradossale: proprio chi sopravvive è piegato dalla pressione e soffre per i fallimenti. Ecco il Napoli di oggi. Un fortino circondato, a corto di munizioni e senza rinforzi.  Ma l'accanimento continua.
   Infortuni e polemiche sono un circolo vizioso, che ha un solo lato positivo. Rivela la natura delle persone. Perchè i peccati originali di una stagione tormentata sono nitidi ormai da tempo. Le diatribe su un mercato fallimentare e sulle (eventuali) ripercussioni della preparazione hanno stancato perfino chi le ha sostenute. Sei mesi possono bastare, sarebbe l'ora del sentimento per la maglia, di uno stimolo costruttivo che sostenga gli obiettivi ancora possibili. Ma c'è chi vive di polemiche, chi concepisce il calcio come un eterno sfogatoio. Una specie di rifugio personale che simboleggi soprusi e ingiustizie di una vita intera. Perfino Conte, uomo di indubbio successo e palesi capacità, è vittima della perversa coerenza di chi si espose contro di lui nella scorsa stagione, salvo poi festeggiarne i trionfi col candore di un bimbo. C'è chi lo attacca perfino nella vittoria. E' quella specie di privilegio destinato agli arbitri. Si, perchè la terna c'entra sempre, perfino quando - come contro i viola- quasi nessuno l'ha notata.
   Il Napoli è circondato. Che due scudetti in tre anni possano aver infastidito le leve del potere è plausibile. Ma che distruggano alcuni interessi editoriali è un fatto certo. Condividere argomentazioni di parte avversa lesive per il futuro azzurro è semplicemente una idiozia autolesionista. Lo è molto meno scagliarsi contro un calendario logorante, se non si vuole capire che è solo l'ultimo allineamento agli eccessi di un movimento fuori controllo già negli ingaggi e nelle cifre di mercato.
    Qualcuno sostiene che i problemi sono opportunità mascherate. Ne saprà qualcosa Antonio Vergara, stellina non troppo acerba partorita da una devastazione senza precedenti. Si tratta di roba seria, quella su cui si poggia il futuro. E se parlassimo di una ripartenza?

(Fa.Cas.)

    L'hanno chiamata Juventus-Napoli. Ma ci sarebbe da chiedersi cosa c'è del Napoli nella formazione di oggi. Lo sport si nutre di sfide, di blasoni da sostenere e di tifoserie con un immaginario avido di gloria. E' questo il motivo per cui sulla sfida di Torino godrà di mille analisi filo-juventine, mentre varrebbe una sola premessa, quella che vede la squadra azzurra costretta in uno stato di difficoltà mai visto nella sua storia. Le disamine tattiche restano quasi prive di significato, se c'è una squadra obbligata ad inventarsi l'impossibile solo per schierare una formazione con un minimo senso logico. Juventus-Napoli è semplicemente una partita ingiudicabile, un film dal copione obbligato e già scritto, poiché il calcio è materia bizzarra ma non sfugge alla regola più semplice: fatica e assenze producono un solo risultato. L'insuccesso.
    I punti dall'Inter ora diventano nove, il recupero diventa quasi proibitivo. Senza arrivare alla rassegnazione, si fa strada un senso di distacco che sollecita obiettivi concreti: la qualificazione in zona Champions e la Coppa Italia devono essere traguardi ineludibili, poiché il Napoli non è obbligato a vincere ogni anno lo scudetto, ma ha il dovere, per motivi economici e di bandiera, di raccogliere successi alla sua portata. L'impegno decisivo in Champions League contro il Chelsea diventa soprattutto una questione di prestigio. Ma sarebbe assai singolare riconoscere oggi tutti i limiti di una squadra sulle ginocchia e poi trovare i presupposti logici di una impresa tra le mura amiche tra soli tre giorni.
    Conte ringrazia i suoi ragazzi, ne riconosce il valore e ne stimola l'orgoglio. Dalla barca non si scende, insieme si affrontano successi e delusioni: la dignità non conosce sconfitte, lo scudetto deve essere onorato fino alla fine. "Nella mia carriera, è  una novità aver fatto entrare un calciatore senza averlo mai visto nemmeno in allenamento". La vicenda Giovane è la conseguenza più assurda delle devastazioni di quest'anno. Qualcosa da chiarire immediatamente, prima ancora delle pianificazioni del prossimo mercato.

(Fa.Cas.)
   

 

    In una stagione densa di tormenti, arriva la vittoria meno significativa. Quella che rinfranca per i tre punti,  ma gonfia le tue preoccupazioni. Fatica e stress mentale erodono quotidianamente le certezze consolidate, ogni domenica sembra segnare il punto più basso di una parabola ingestibile. Nell'attesa della risalita, al momento poco verosimile, i nomi di due azzurri più in vista idealizzano la disperazione del momento. Sono quelli di Mazzocchi, fiero napoletano col piglio di una benedetta presunzione e di Vergara, acerba leva traboccante di tecnica, capacità ed esuberanza. I due comprimari spiccano in un contesto di arrendevole flessione fisica, poiché è in loro che il tifoso ritrova cosa si è logorato altrove. Sono il simbolo della freschezza perduta. Agli antipodi, guerrieri decorati ma stanchi, a cui si deve il doveroso tributo, senza poter chiedere l'impossibile.
    La penuria di risorse e di energie è la realtà in cerca di responsabili, ma anche un dato di fatto che ripropone alcune riflessioni. La prima -la più ovvia- riguarda la leggerezza con cui, ad ogni  inizio stagione, la fatica di un calendario infernale viene regolarmente sottostimata. Qualsiasi sia l'esito del mercato estivo, è scontato che il Napoli possa giocarsela dovunque, come se la cifra tecnica dei giocatori in campo resistesse invariabile a rotazioni ed infortuni, in un contesto pronto a punirti al secondo passo falso. Una assurdità accettata a priori, che non riconosce "insostituibili" (Lobotka e Mc Tominay per fare solo i primi due nomi) e non ammette priorità di scelta. E' una specie di cerimoniale suicida che l'entusiasmo del tifoso abbraccia ogni anno, salvo poi riconoscere all'avversario con meno impegni i favori del pronostico. Gli infortuni in serie -seconda amara considerazione- espongono il Napoli a critiche inevitabili. Come continuare a credere alla casualità con questi numeri da record? Come evitare retropensieri, se lo stesso Conte allude a frizioni col settore sanitario o se -ancor peggio- il carico di lavoro può essere una concausa rilevante?
    Sullo sfondo, infine, gli enormi dubbi sul mercato estivo. Nel festival delle defezioni, i nuovi arrivati risolvono poco o nulla. Milinkovic e Hojlund a parte (perchè meriterebbero discorso a sé), Beukema rende poco, Marianucci fa arredamento, Gutierrez non convince, mentre su Lang e Lucca si è ormai steso il pietoso velo del ripudio. Il solo Elmas, prezzemolino volenteroso, ma mai decisivo, ben vale i due "miseri" milioni spesi per il prestito. Con quali basi di turnover il Napoli voleva riproporsi in Italia ed Europa?
   Come qualcuno ha già notato, per Lindstrom, Ngonge e Lang, il Napoli ha speso quanto ricavò dalla cessione di Kvaratskhelia. Chiamare le cose col loro nome, forse, sarebbe già un gran passo avanti.

(Fa.Cas.)
   

   

    Inter-Napoli è cominciata con un solo possibile significato: quello legato alla classifica. Sette punti sarebbero stati irrecuperabili, statistica e aritmetica avrebbero sancito un verdetto quasi certo. Ma al novantesimo, sono ben altre le considerazioni che emergono prepotenti: l'incapacità dell'Inter ad avere la meglio su un manipolo di orgogliosi superstiti e la volontà azzurra nel non arrendersi mai, nel trasformare le necessità in virtù con uno spirito di abnegazione fuori da ogni norma. Il Napoli non molla mai, è padrone del campo per larghi tratti, risponde agli svantaggi con la sicurezza dei campioni. Una squadra devastata da infortuni ed assenze riesce a reinventarsi ogni domenica, compensando le difficoltà con intelligenza e carattere. In molti non avevano dubbi in merito, perchè l'impronta di Antonio Conte è evidente, aspettarsi una reazione alle flessioni è la regola, una volta di più.
    I punti di distacco restano quattro, ma San Siro ha indicato i vincitori morali. Ci sarà meno sicurezza nel pronostici sullo scudetto, il Napoli ha recuperato terreno e credibilità, soprattutto quando le assenza di oggi saranno restituite all'organico azzurro. Quattro punti sono troppo pochi, al cospetto di dinamiche ancora in divenire: il logorio per una stagione intensa, le scorie della Champions League e -non dimentichiamolo- i conti che l'Inter deve ancora fare con una preparazione anomala, perchè pesantemente condizionata dal mondiale per club.
    In una squadra che avrà una potente iniezione di autostima, difficile individuare qualche singolo in difficoltà. I leoni di San Siro meriterebbero un plauso collettivo soltanto per l'applicazione mostrata in una gara senza pause. Parlare di mercato, stasera, sarebbe pura irriconoscenza: ogni impresa ha i suoi giorni memorabili, ma non sempre un unico eroe.

(Fa.Cas.)
   

  

 

    "Vinciamo perchè giochiamo da squadra, attacchiamo e difendiamo di gruppo". Lobotka riassume in una frase i perchè di un Napoli che vince dominando. I singoli quasi scompaiono, il successo premia un collettivo cattivo, essenziale, che si impone per l'applicazione comune, non per lo spunto del campione. E' la riposta, probabilmente l'unica possibile, con cui Conte si oppone ad una emergenza quotidiana fatta di infortuni, indisponibilità, patemi per un calendario troppo intenso.  La squadra di oggi è la cinica immagine del suo condottiero. Disciplina e determinazione comune fanno classifica, il Napoli di oggi fa parlare di sé ma non ha un uomo da copertina. E' il gruppo in gran forma a dare convinzione ad un progetto ripartito di slancio: ecco la risposta di Antonio Conte ai lugubri interrogativi riproposti dopo la sconfitta di Udine.
    La disamina tecnica è essenziale: le marcature ad uomo (Elmas-Cataldi e McTominay-Guendouzi) paralizzano il gioco di Sarri, ma è la tenuta difensiva la chiave della ripresa del Napoli. Tra campionato e Supercoppa, siamo al quarto clean sheet consecutivo: come l'anno scorso, le fortune azzurre nascono dalla retroguardia. Senza fretta, il Napoli attende il momento e colpisce. Il resto è solo conseguenza logica, poiché passare in vantaggio è il viatico per il successo: per l'undicesima volta su undici in questa stagione, segnare per primi è risultato decisivo.
    "La difesa non mi preoccupa, mi preoccupano altri reparti". La chiosa di Conte conferma l'affidabilità difensiva e ripropone l'esiguità delle scelte a centrocampo ed in attacco in vista dei prossimi impegni ravvicinati. Il mercato di riparazione cade in un periodo intenso, ma abbordabile: nelle prossime quattro partite, la serie A propone soltanto un turno proibitivo -quello con l'Inter l'undici gennaio- incastonato fra impegni più relativi, con Verona (il prossimo), Parma e Sassuolo. Prima delle successive partite, a Copenhagen in Champions ed a Torino contro la Juve, i possibili rientri (quello di Anguissa in primis) e qualche verosimile colpo di mercato possono dare ossigeno e maggiore tranquillità ad un gruppo dagli uomini contati. Un centrocampista di peso ed un'ala di grande qualità sono gli eterni miraggi azzurri: Manna è ancora al centro del palcoscenico, con l'identico copione di sei mesi fa. Chi si ferma è perduto, una volta di più.

(Fa.Cas.)
   

    L’inspiegabile continua ad accompagnare questa stagione da campioni. Flessioni e resurrezioni si susseguono senza un filo logico che possa orientare i giudizi. Anzi, le interpretazioni vengono mortificate ad ogni piè sospinto, impossibile capire i mutamenti con cognizione di causa. Riad ha accolto un manipolo di giocatori sull’orlo di una crisi per sfinimento ed ha restituito alla piazza una squadra rinata dalle sue ceneri, solida fisicamente e mentalmente, pronta ad affrontare il futuro senza il rimpianto per chi non c’è ancora. La gente si gode la Supercoppa e non sa più che spiegazione darsi, ma poco importa: il palmares si ingrossa, la fiducia nel futuro anche. Quando le dinamiche virtuose non si spiegano, è ovvio focalizzarsi sulla guida tecnica. Il fuoriclasse azzurro siede in panchina e raccoglie i frutti della perseveranza quotidiana.
    La cultura del lavoro, eternamente enfatizzata da Conte, rema in più direzioni. Rappresenta l'oggi come il trampolino per il domani, sottolinea il valore aggiunto del sudore -quello che compensa la personalità e la tecnica di qualche grande assente-, permette di colmare il gap economico e strutturale con le storiche realtà settentrionali. Per Conte, ricordare le penalizzazioni tecniche e di organico -cosa che molti percepiscono come un eterno tentativo di autotutela - è nei fatti solo uno sprone alla determinazione. Quella di cui si colgono frutti in continuo divenire. Tutto è  ancora perfettibile: lo stesso Hojlund, oggi in copertina, ha solo ”iniziato” a capire dove posizionarsi per imboccare un percorso dalle grandi potenzialità. Il legame viscerale con la squadra è fatto di sfide continue, non ha mete raggiunte ed è sancito da un patto di reciproca ed estrema assistenza. Qualcuno dice che questo rapporto sia usurante. Ma l’insuccesso lo sarebbe molto di più.
    La prova di Cremona, tecnicamente, non sottolinea che l’omogeneità di un gruppo che sa integrare anche gli elementi meno dotati. E’ la vittoria di un collettivo inesorabile nonostante i punti deboli, impreziosito da campioni al servizio della causa, determinato fino al novantesimo. Il Napoli si è reinventato con la massima convinzione, le trasferte di Bologna ed Udine appaiono realtà recenti, ma ormai dimenticate. Sarà che la nottata doveva passare, una volta e per tutte.

(Fa.Cas.)

    Che la nottata fosse lunga quanto la lista degli infortunati era ormai fuori discussione. Ma era difficile immaginare che saremmo arrivati ad un punto in cui la consunzione fisica decidesse delle sorti azzurre in maniera inesorabile e -diciamolo pure- ampiamente prevedibile. Il Napoli, o ciò che ne resta, ha dato ciò che può, in cinque vittorie ha raccolto quanto basta per dimostrare carattere, resilienza ed adattamento tattico. Ma ogni cosa ha un suo limite: il carico di fatica e le tossine dei successi già celebrati inchiodano gli azzurri alla dimensione umana di squadra che ha dato tutto, prosegue la sua apnea per dovere di maglia e di calendario, ma non ne ha più. Confondere i limiti imposti dalla stanchezza con la cifra tecnica di un intero collettivo è un passaggio istintivo ma ingrato, poichè l'analisi della quarta sconfitta ha presupposti ineludibili. "Non voglio rimarcare situazioni note", chiosa Conte: la realtà parla da sola. A volerla vedere.
    Entrare nel merito tecnico è possibile, ma soltanto per spiegare le ulteriori penalizzazioni imposte dagli infortuni. La mediana impiega i due centrocampisti rimasti (compreso Elmas, ultima, disadattata scelta) e più di tanto non può inventare, l'attacco dovrebbe puntare sugli spunti degli esterni, ma Neres è annullato da Solet, mentre Lang annega da subito nella sua inconsistenza. Lobotka e Gutierrez restano timidi convalescenti allo sbaraglio, Politano un pilastro già spremuto alla ricerca di una nuova condizione. Gli obblighi di formazione disegnano scenari prevedibili: il Napoli non ha fuoriclasse che compensino l'impasse fisica con lo spunto di categoria superiore. Nella sventura, tutto quadra con puntualità estrema.
    "L'ambiente deve dare una mano". L'appello di Conte è un banale -ma necessario- invito alla comprensione. Perchè nel momento della sconfitta, è il superfluo ad incombere sulle poche risorse rimaste: la Supercoppa chiama gli azzurri all'ennesimo esame a brevissima scadenza. Se l'ambiente intero riuscisse a capire il momento ed i suoi bisogni, l'approccio all'ennesimo disturbo arabo potrebbe essere più morbido e comprensivo. Ma è solo una illusione: i fucili puntati sull'uomo di successo sono sempre carichi. L'incompetenza parla senza riflettere e non ha mai pietà.

(Fa.Cas.)
 

    Non i migliori, ma vincenti. L'incantesimo di Conte aveva già stupito ed orientato i giudizi lo scorso anno. Figuriamoci il prodigio a cui assistiamo oggi: un manipolo di irriducibili sventrato dagli infortuni e da una grave crisi tecnica, che risorge per puro spirito di gruppo e infila cinque vittorie di seguito. La vittoria con la Juve non ha molti perchè al di fuori di uno spogliatoio risorto, che ritrova nervi e motivazioni, contagia volontà assopite, strappa la vittoria con una autorità che sfiora il mistero. La disamina tecnica si limita ad una sola evidenza: la difesa a tre garantisce una solidità che capitalizza il vantaggio. Il resto funziona come d'inerzia, perfino se l'ingranaggio ha punti ancora deboli (Lang) o è spaventato dal timore di un infortunio (McTominay). L'incantesimo di Conte si svela compiutamente quando il destino porta a Napoli l'avversaria storica guidata da un vecchio amore in fuga. Nella vittoria, il retrogusto della rivincita: ponti d'oro a chi fugge, il rancore non ha senso su un rivale devastato dall'insuccesso. Il presente vale di più.
    Il terrore di non poter ripetere la cavalcata trionfale del terzo scudetto è il tatuaggio invisibile ma più indelebile sul braccio di Spalletti. L’ultima debolezza è costata a Luciano proprio ciò che voleva evitare, ossia la gratitudine di buona parte del popolo azzurro. Una fuga concepita male e gestita peggio, condita da errori di comunicazione, tempistiche discutibili, dichiarazioni di facciata, trasferimenti di responsabilità poco credibili. E’ toccato a don Aurelio -come già in passato- il ruolo dell’interlocutore ruvido ed ingombrante, ma non è bastato. Qualsiasi fosse stata la reazione dei tifosi, la storia parlerà di un rapporto incrinato dalle bugie e rotto senza un vero perché, di una fuga verso prospettive blasonate (la nazionale prima, la Juventus poi) che hanno posto Napoli in secondo piano. Nonostante una oggettività di fondo, la città non sopporta finzioni e squilibri di passione. Onora il passato e fa buon viso, ma non dimentica.
    Mentre il Napoli è atteso da altri cicli terribili, la scelta degli obiettivi da perseguire appare più impellente, quasi vitale. Perché la lista degli indisponibili non costringe solo ad acrobazie di formazione, ma pone problematiche ulteriori, laddove ai superstiti tocchi una carico di responsabilità e di fatica da non poter più distribuire in maniera uniforme. Quanto possano valere davvero la Supercoppa, un turno in più in Champions o la stessa Coppa Italia resta un enigma sospeso fra le velleità della squadra campione ed il pragmatismo legato ad una emergenza ai limiti del ridicolo. Conte affronta le difficoltà senza alcuna scelta: le formazioni sono obbligate, dichiarare priorità è concettualmente impopolare ed oggettivamente antisportivo. Gli arrivi di gennaio restano l’eterna speranza, tocca a Manna mostrare sagacia e tempestività. Lo chiamano mercato di riparazione: mai come stavolta questo nome ha il suo perchè.

(Fa.Cas.)

  

 

    Vivi, vegeti e vincenti. Dopo il terremoto di Bologna, l'unica scommessa su cui puntare era la reazione di orgoglio, una risposta di carattere ai traumi assorbiti da una squadra che non si ritrovava più. Il Napoli torna a ringhiare, ma resta un paziente malato. Non può essere altrimenti, con due pilastri fuori uso (Anguissa e De Bruyne) in un organico carente di ricambi a centrocampo e più di un dubbio sulle corsie esterne. La vittoria con la Dea, comunque,  spalanca le porte ad ottimismo poggiato sullo spirito di gruppo e sulla rimodulazione tattica. Nella notte della verità, la fortuna non ha voltato le spalle agli azzurri: l'avversario attraversa il momento più buio, fatica a giocare e conclude poco, il Napoli ha capitalizzato subito le tre occasioni da rete e ha vissuto di rendita, affrontando con sufficiente padronanza il ritorno orobico del secondo tempo. Dinamiche secondarie che fanno la differenza in un momento difficile come questo: rimescolare le poche carte rimaste è esercizio delicato e non sempre vincente. Il Napoli  è di nuovo in piedi, ma il momento della verità - tra Champions e campionato- resta lungo e pieno di pericoli.
    Questa prestazione giunge al termine di una settimana dal silenzio irreale, che si sposa male con l’intensità polemiche, ma è del tutto funzionale alla ripresa azzurra. Dopo la sortita di Conte (ed il carico di ambiguità che ha portato con sé), il silenzio pubblico era l’unico sottofondo indispensabile per un chiarimento a porte chiuse. Non sono noti i toni con cui il tecnico abbia ripreso i contatti con la squadra, ma è più che ovvio che qualsiasi sua dichiarazione pubblica si sarebbe prestata -magari dopo sapienti manipolazioni- a polemiche, strascichi, interpretazioni di comodo. Il silenzio -e l’implicita sensazione di stabilità - era il primo passo verso una normalizzazione che non può prevedere sussulti in panchina. Difficile individuare un uomo più capace di intervenire sulla coscienza dei giocatori, impossibile pretendere un colpo di reni da un cambio tecnico, come le vicende di due anni fa hanno ampiamente dimostrato. La verità è molto più banale di quanto sembri: il passaggio a vuoto del Napoli ha dato stimolo alle voci soffocate dello scudetto, alle ataviche antipatie per l’uomo vincente, ai mugugni degli eterni scontenti, alle critiche di chi non si arrende al pragmatismo che supera una estetica che non c’è mai stata, perfino alle speranze di chi si augura che il termine del sodalizio col Napoli, vincente e dannoso, riporti il successo verso Nord. Dinamiche prevedibili che hanno gonfiato fino al limite la polemica, condivisibile nei significati ma del tutto risolvibile nel chiuso dello spogliatoio.
    L’unica evidenza sancita davvero dai fatti è il numero degli infortunati. E’ un dato che non ammette ingenuità, insulti all’intelligenza ed alla logica. Che una forte intensità di allenamento esponga gli atleti a maggiori problemi muscolari o abbia un ruolo protettivo sembra ancora essere un fatto discusso e privo di una risposta scientificamente certa. Ma alcune volte, i fatti urlano la verità. Chi crede poco alle combinazioni ha una risposta obbligata, che è l’unico capo d’accusa davvero pendente sulla gestione di Antonio Conte. Train smarter, not harder (allenati in maniera intelligente, non dura). Il vecchio adagio spiegherebbe molte cose e senza tante storie. Ma è inutile: in questa settimana, hanno storpiato anche quello.

(Fa.Cas.)

 

   "Io sono preoccupato". C'è almeno una sicurezza: non c'è tempo per alibi e scuse di comodo. La confessione di Conte certifica un male profondo e fuori controllo. La sconfitta di Bologna resterà un punto cardinale nella stagione azzurra: sarà il momento della consapevolezza o quello della svolta. Una squadra senza spina dorsale si arrende dopo lo svantaggio. Non c'è reazione, non c'è orgoglio, il carattere dei campioni è un ricordo appannato domenica dopo domenica, una certezza indebolita da troppe prove opache, sostenute -a volte- dal risultato, ma sempre in difetto di gioco. Gli azzurri hanno inesorabilmente eroso il loro credito di affidabilità: scommettere sul Napoli di oggi è un esercizio di fiducia o un omaggio alla memoria. I vecchi fantasmi del Napoli post Spalletti ripropongono una realtà improbabile ma reale: fallire dopo uno scudetto è possibile, soprattutto qui.
    La disamina del disastro è ambigua in sè. Perchè partire dall'analisi tecnica è un fatto spontaneo, ma illusorio. La fase offensiva è sterile, improduttiva, rumina gioco e finalizza poco. Dopo quasi duecento milioni di investimenti, è arrivata al punto di affidarsi ad Elmas, il re dei ripieghi inutili ed alle gambe di un Politano in palese affanno. La mediana si difende, ma difetta in rifinitura e fantasia. E se le ali non ci sono, poco si crea e nulla si conclude. Il fallimento del mercato viene certificato ad ogni piè sospinto, ma ormai non basta più a coprire i mali oscuri. "E' cambiata l'energia. Non vedo una squadra che ha voglia di di andare oltre l'ostacolo e metterci il cuore". E' Conte a parlare, ma avrebbe potuto essere Garcia due anni fa. Dopo uno scudetto - è ormai chiaro- le tensioni emotive cambiano, l'appagamento è un male oscuro ed obbligato, la disposizione al sacrificio subisce una flessione fatale. L'avversario del Napoli non è più in campo, ma già nell'aria dello spogliatoio. Una dimensione che perfino Conte - il che è tutto dire- ha difficoltà a governare, al punto da invocare l'intervento del club. La resa personale sottolinea la sua impossibilità ad intervenire fattivamente nella volontà di chi dovrebbe seguirlo.
    "Non sto facendo bene il mio lavoro". La chiosa del tecnico rivendica la dignità di un ruolo che non ammette lo scarico di responsabilità. Conte espone il petto alle critiche, ma la via crucis è partita già nella pianificazione, fra gli improponibili vagheggiamenti europei e una campagna acquisti pasticciata. Presunzione e sperpero accompagnano spesso il delirio da successo, il conto da pagare è solo questione di tempo. Nel frattempo, un portiere diciassettenne festeggia il suo esordio in A nel migliore dei modi. Vittoria contro i campioni d'Italia senza dover parare un bel nulla. C'è sempre un filo d'ironia, perfino nelle catastrofi.

(Fa.Cas.)

    Nell'eterna angoscia fra frustrazioni da infortunio e tabelle di recupero, arriva il pareggio difficile da decifrare. Da una parte il Como, la rampante realtà fondata sugli investimenti umani e sulle concretezza dell'estetica, dall'altra gli azzurri, piegati dai malanni e perseguitati da un calendario previsto ma impietoso, che governa le formazione e stimola timori sulla gara successiva. Il Napoli è entrato nel tunnel degli impegni ravvicinati con l'avvilimento di chi ha previsto l'insidia ma ne viene travolto. Una miscela fra concause fisiche e di programmazione oggi obbliga gli azzurri a navigare a vista, a contare i reduci partita dopo partita, a sperare che le tabelle di recupero facciano quadrare, prima o poi, troppi conti che oggi non tornano più. Il pareggio col Como resta sospeso fra evidenze positive (la tenuta della difesa dello scudetto) e le perplessità di un attacco asfittico, col ritorno degli "assalitori" e quello di un terzetto offensivo che conclude poco e male.
   Si ferma anche Gilmour, ma è esercizio inutile soffermarsi sugli eventuali errori di preparazione. Perchè -fra pareri personali ed ipotesi discordi tra loro- non vi sarà mai una prova provata che attribuisca responsabilità oggettive alla fase atletica. La materia è mutevole, controversa e priva di riscontri obiettivi: a quel punto é bene considerarla come una variabile accidentale e virare sulle dinamiche -molto più governabili-  legate al materiale umano.  Quantità e qualità: quale dei due aspetti è stato  risolto dal mercato estivo ? Volendo prenderla con ironia, fa sorridere il fatto che (Hojlund a parte) gli arrivi che hanno convinto di più sono stati quelli di Milinkovic Savic (a cui l'ultimo Napoli deve molto) e Gutierrez, proprio i giocatori di cui l'organico aveva meno bisogno. I novantacinque milioni spesi tra Beukema (nelle retrovie del rendimento già nel ritiro), Lucca (per il quale c'è chi si augura il prestito a gennaio) e l'oggetto misterioso Lang gettano più di un ombra sull'operato di Manna e propongono con insistenza la madre delle domande: è stato davvero Conte a volerli in azzurro?
   Il Cielo ha voluto che Lobotka rientrasse in campo proprio in coincidenza con l'infortunio di Gilmour, ma le prospettive del centrocampo restano preoccupanti. La partenza di Anguissa ed il grave infortunio di De Bruyne rimaneggeranno un reparto che avrà solo un timido rincalzo: Elmas. Il manipolo di supersiti potrà anche ambire alla leggenda, ma la domanda resta: se la qualità è poca e la quantità difetta, che diavolo è successo questa estate?

Fa.Cas.

   

 



    Eccolo qui, l'effetto Conte. Senza spina dorsale (Rahmani, Lobotka, Hojlund) il Napoli ritrova la postura della squadra padrona. E lo fa nello spogliatoio, un ambiente prostrato dalla disfatta di Eindhoven, minato dai dubbi di un mercato discusso, avvelenato dai mugugni degli esclusi. Se il capitano parla di spirito smarrito, il problema è serio. Se il tecnico ripudia le scelte estive, le perplessità sono palpabili. Da questo coacervo di guai, il Napoli rinasce per incanto. In quattro giorni, prende forma un capolavoro di determinazione che compensa difetti strutturali e carenze estetiche, bada al sodo e riporta gli azzurri in cima. Una resurrezione mentale ed immediata. Ecco Antonio Conte.
    Perchè -parliamoci chiaro- non ci sono alchimie tattiche dietro questo trionfo. Neres falso nove funziona più nella teoria che nella sostanza: non c'è il fisico da Hojlund nè il veleno di Mertens, perdersi nei fraseggi di centrocampo era destino obbligato. Il Napoli, piuttosto, ha seminato il suo successo annullando l'Inter sulle corsie esterne e affogando il suo centrocampo. Il potere della determinazione ha disinnescato l'Inter, mentre le dinamiche amiche hanno completato l'opera: l'uscita di Mkhitaryan dopo il fallo su Di Lorenzo (a proposito: chi è in vantaggio e difende il pallone come preferisce, perchè mai dovrebbe essere travolto impunemente?), la regolare inutilità di Zielinski e l'inconsistenza dei ricambi interisti hanno sancito la resa che nessuno avrebbe previsto. I nerazzurri si accaniscono sull'episodio del rigore: è la prova provata dell'impotenza di una squadra che nel secondo tempo ha prodotto poco e raccolto quasi nulla. La recriminazione non si poggia sulla prestazione, ma sull'episodio. Perfino Chivu ripudia lo stantio atteggiamento da italioti perdenti. E ci fa la morale.
    L'infermeria è piena e accoglie un altro ospite, il più illustre. Certo, ci sarebbe da ragionarci su, ma oggi lo spirito cambia. La determinazione dei giorni migliori assorbe le assenza e accompagna con più tolleranza l'attesa dei rientri. Perchè una squadra che sforna imprese rinunciando a Lobotka (imprescindibile) ed alla punta centrale (indispensabile), alla fine è capace di tutto. L'effetto Conte, invisibile ma determinante, compensa le assenze e nutre la classifica. Vi pare poco? In questo magico incantesimo, Juan Jesus ci ha davvero salvati. Dall'ironia al trionfo. 
 

(Fa.Cas.)
    

   Il cuore ingrato del Cholito ruba la copertina e devia il commento su lacrime e teneri sentimenti del pallone. Meglio così, perchè le lacrime di dolore, quelle azzurre, soffocano respiro e parola. Il percorso del Napoli si presta a riflessioni amare troppo presto, poichè già alla settima giornata  l'organico fa i conti col suo destino da protagonista europeo, quello che la gente coccolava con l'ingenuo entusiasmo dell'inesperienza. Che Napoli è quello visto a Torino? Out Rahmani, Buongiorno, Lobotka, Hojlund, McTominay e Politano. L'assenza di sei titolari su undici parla da sola ed urla due verità. La prima: nonostante ogni accorgimento, l'organico non regge la fatica ed esce devastato dagli impegni già a metà ottobre. La seconda: i duecento milioni spesi "per il campionato" hanno prodotto solo illusioni. Allungare la rosa non ha significato migliorarla, come qualcuno già ha lucidamente ammesso, ma solo trasferire i carichi di responsabilità su spalle più deboli.
    Quel filibustiere di Conte doveva già aver capito tutto. Perchè la gente già è appesa alle sue profezie di agosto su un anno complicato, sulle prospettive di crescita di un gruppo acerbo nelle sue novità, sulla pazienza da investire in questi frangenti.  Verità scomode -dette in tempi non sospetti- che il tifoso oggi ha interesse ad accettare ed a metabolizzare a fatica, ma le perplessità restano, poichè un mercato pasticciato ed incoerente ha dimostrato presto i suoi ovvi limiti. Ma soprattutto, l'ipotetica priorità per la Champions League -probabilmente sostenuta da don Aurelio e dallo spirito di rivalsa europea dello stesso Conte- può rivelarsi un boomerang letale. E' la verità che fa più male, semplicemente perchè è lampante nella sua banalità, considerate le prospettive proibitive già nei quarti di finale. Insomma: un sacrificio inutile.
    A casse praticamente prosciugate, quindi, non resta che attendere che le profezie diventino realtà. Il processo di maturazione affidato alle mani del taumaturgo di Lecce dovrà intervenire sulla tecnica approssimativa di Lucca (trentacinque milioni), sull'immaturità di Lang (ventotto milioni), sulle ricorrenti incertezze di Beukema (trenta milioni) e perfino sul lancio lungo di Milinkovic (ventuno milioni), nelle leggende popolari ormai più decisivo del piede destro di De Bruyne. Il centrocampo -già terrorizzato dalla prossima assenza di Anguissa- resta senza alternative: l'inconsistenza del figliol prodigo Elmas è così nota da passare perfino ignorata nel giudizi del post partita. Dopo una estate tormentata e qualche batosta, una sola certezza riscalda i cuori: Juan Jesus ci salverà. Ridicolo ma vero.

(Fa.Cas.)
    

    Non fosse per quello scudetto sul petto, fiero testimone di pene, stenti, vittorie risicate e strappate all'avversario, la partita di oggi lascerebbe ben altro segno. Invece, la gente lascia il Maradona con lo spirito di chi bada al sodo e se lo prende, non importa come. L'eredità della scorsa stagione insegna che la determinazione produce punti, nell'attesa che il campo dia le risposte che Conte insegue. La classifica sorride anche se la quadra non c'è, se il modulo è un rebus irrisolto, se il ritorno al 4-3-3 non fornisce le vecchie risposte (Neres stenta, Lang deve crescere ancora), se la tenuta difensiva - nell'eterna attesa di uno stop agli infortuni- preoccupa come mai nell'anno scorso. Aspettando la formula vincente, preoccupa solo una evidenza: il turnover obbligato dalle coppe ostacolerà di continuo un Napoli di titolarissimi, con ripercussioni già sotto gli occhi di tutti.
    In questo percorso tormentato ma vincente, il Napoli fronteggia le prime polemiche. Non certo per le due sconfitte, insignificanti perchè non indicative -in quanto legate ad una espulsione ed alle emergenze di una difesa inedita - quanto piuttosto per il contributo tattico di De Bruyne, un diamante incastonato in un centrocampo così perfetto da non lasciare mai ipotizzare la rinuncia di uno dei tre vecchi titolari. L’arrivo del belga, praticamente certo già nel giorno dei festeggiamenti sul lungomare, è stato accompagnato dal clamore imposto dal suo nome, e molto meno da una disamina -già in quei giorni opportuna, ma prontamente seppellita- sugli equilibri (o sugli squilibri) determinati dal suo inserimento in formazione. Insomma, la questione è stata posposta nel tempo fino al momento in cui è emersa la palese difficoltà di tesserare un esterno che occupasse la casella fatidica, quella lasciata vacante dalla cessione di Kvara. A quel punto, la scelta della mediana del fantastici quattro è apparso il colpo di teatro perfetto per compensare il vuoto di mercato, ma tutt’altro che rassicurante per una formazione in difetto di gol che già soffriva del balbettante inserimento di Noa Lang. L’infortunio di Lukaku e l’acquisto sul filo di lana di Hojlund (che meritano un discorso a parte) hanno finito con spostare l’attenzione su argomenti più vitali, ma il salto nel vuoto imposto dal nuovo centrocampo è rimasto una realtà ben prevedibile con cui fare i conti ancora oggi.
    La questione resta aperta ancora, alla sesta giornata, ma non sembra essere l’unica. Il secondo problema -di norma sottovalutato fino ai primi verdetti dolorosi- è legato al tributo da pagare agli impegni in Champions League. La sconfitta di Milano verrà ricordata per la difesa inedita schierata da Conte, ma i più maliziosi non dimenticano l’assenza di tre giocatori (Beukema, Spinazzola e Olivera), risparmiati od improvvisamente esclusi dall’impiego senza tante spiegazioni, ma poi determinanti nella vittoria con lo Sporting Lisbona soltanto tre giorni dopo. Fra infortuni dubbi, mezzi misteri e problemi di rodaggio, il Napoli paga i primi conti. Mali necessari od evitabili?

(Fa.Cas.)
 

   

 



   

 

    Dopo un fiume di belle previsioni, finalmente la realtà. Ecco il Napoli dei pronostici, il collettivo dominante che si afferma su un campo storicamente ostile -quello di Firenze- con l'autorità che si addice alla squadra consapevole e padrona. I fantastici quattro del centrocampo azzurro sciorinano palleggio, possesso ed aggressività: per la Fiorentina -paralizzata e ferita a morte dopo l'avvio-  la strada è su una maledetta salita già dopo un quarto d'ora. Hojlund è la sorpresa in cui non si osava sperare: quando il talento scintilla, le caute trafile di inserimento vanno a farsi benedire, velocemente e senza ipocrisie di comodo. Il resto lo fa la linea difensiva -Beukema sugli scudi, finalmente-  che contiene senza molti affanni sulla brillante scia della scorsa stagione. Soltanto l'incertezza di Milinkovic sulla rete viola ripropone in modo sottile le note diatribe sulla necessità di un secondo numero uno pagato a peso d'oro. Un ingombro di lusso di cui presto capiremo gli effetti.
    Quanto più la macchina perfetta miete successi, tanto più cresce il timore su cosa possa incepparla. I quattro di una meravigliosa mediana rubano i titoli ed offrono tutte le garanzie, ma sono esposti al logorio di tanti impegni ed alle angosce per un ricambio che non c'è. Un mercato votato all'acquisto dei rincalzi consegna al Napoli un paradosso imbarazzante: il centrocampo a tre, campione d'Italia, aveva due subentri (Gilmour e Billing). Quello a quattro aumenta di unità, ma in panchina, oltre allo scozzese, siede solo Elmas, duttile quanto si vuole, ma poco votato ad una fase puramente difensiva. E' facile prevedere qualche patema -malaugurati infortuni a parte- già quando Anguissa partirà per la coppa d'Africa, lasciando una mediana con gli uomini contati a fronteggiare tutti gli impegni. Sarà ovvio valutare un cambio di modulo, abbandonando però il certo per un incerto in pieno divenire, visto il macchinoso inserimento di Noa Lang nelle gerarchie di squadra. Nelle alchimie di Conte c'è la risposta ai dubbi che incombono su una rosa potente ma imperfetta.
     Il Napoli affronta la trasferta di Manchester col vento in poppa e senza i patemi della sfida decisiva. E' la leggerezza giusta per approcciarsi ad una competizione subdola, che gonfia le casse ed il petto dei tifosi ma drena energie vitali. Meglio il quinto scudetto o la semifinale di Champions? Già il confronto tra due sogni esprime le priorità a cui votarsi. Anche dopo una galleria di successi, la beffa aspetta sempre dietro l'angolo. Chiedere informazioni a Simone Inzaghi, scappato in Arabia con le ferite ancora aperte e sommerso da un mare di tormenti.

(Fa.Cas.)

 

    Ma quanto è falso il calcio di agosto? Muoversi fra le variabili che confondono il giudizio è una impresa maledetta, ogni santo anno. Mercato da definire, moduli in rodaggio, preparazioni da smaltire, inserimenti lenti: l'avvio di campionato è un rompicapo mortale. Se male cominci, la classifica ti ingoia. Ecco perchè sono solo i sei punti la meravigliosa certezza di un Napoli in lenta evoluzione. Trenta secondi in meno ai novantaquattro minuti giocati, e ben altro umore narrerebbe un Vangelo fitto di perplessità. Perchè i favolosi quattro palleggiano bene ma pungono poco, perchè lo spaurito Lucca regge un peso più grande di lui, perchè c'è la brutta impressione che la quadra sia ancora miraggio, se Caprile - un rimpianto per molti tifosi avveduti - è spettatore non pagante per tutta la gara.
    Avere De Bruyne in squadra e temere di non sfruttarlo è una sensazione avvilente, ma reale. Il nuovo modulo esclude un esterno alto e varia la posizione dei centrocampisti. L'intenzione è non dare riferimenti, ma nella sostanza il fuoriclasse è lontano dall'area, mentre McTominay da incursore diventa seconda punta in pianta troppo stabile (e statica): è un passo avanti per il suo rendimento? I quattro centrocampisti richiederebbero che l'unico attaccante sia un castigo divino. Ma è decisamente troppo per le timide spalle di Lucca, uno spaurito gigante che sta consumando un dramma sportivo: da ricambio rampante ad improbabile terza scelta, quando Big Rom tornerà in pista. E' il preludio ad un verosimile dimenticatoio -costato quaranta milioni- che avvilisce lui e gli avveduti tifosi di cui sopra. Al netto dell'infortunio di Lukaku, la filosofia di mercato sulla punta centrale, forse, meritava altri ragionamenti. Ma di questo parleremo in futuro.
     Tra i sei punti a bilancio e qualche mugugno passeggero, è questo il quadro di fine agosto, meraviglioso perchè destinato a migliorare. L'arrivo di Hojlund e la filosofia di lavoro di Conte rassicurano una piazza che sa di restare protagonista in Italia e accarezza sogni di gloria anche in Europa. E' la Champions League l'unica variabile incerta che accompagnerà gli azzurri per un lungo tratto. Il giusto compromesso fra la gloria europea ed il tributo da pagare alla fatica è affare subdolo e complicato. Perchè la vanità può costare il tricolore. Ma agosto è falso, e non ne parla nessuno.

(Fa.Cas.)
 

    Al netto di uno straordinario successo, la vera eredità lasciata dalla stagione scorsa è il valore aggiunto attribuito ad Antonio Conte. Se una squadra -non la migliore- ha vinto lo scudetto, allora il merito va a chi ha assicurato quel quid in più. Questo è lo spirito - rassicurante ma ambiguo- che ha guidato gli umori degli ultimi tre mesi ed anestetizzato le reazioni ad una campagna acquisti non in linea con le tronfie aspettative di giugno, quando le casse piene e il rinnovato del mister obbligavano le attese su ben altri obiettivi. Invece, nonostante la casella lasciata libera da Kvara, la società si è lanciata nella semplice ricerca di doppioni all'altezza, senza concentrarsi (fino ad ora) sul grande nome. Il risultato è che oggi, nei suoi titolari,  il Napoli è lo specchio fedele della squadra dell'anno scorso, con un interrogativo in più (la punta centrale) una casella lasciata vuota (l'esterno di attacco) ed una unica variabile di spessore, Kevin De Bruyne.
     Il lato curioso della faccenda è che il fuoriclasse si è inserito nell'unico settore con titolari inamovibili, rendendo obbligato un rimodellamento del modulo (prevedibile già a giugno, in verità) ed un rimpasto delle priorità in un mercato che non privilegia più la ricerca dell'esterno di attacco. Insomma, il Napoli si è presentato ai nastri di partenza vantando vecchie certezze e un solo inserimento di vero rilievo. Una formula sicura che ha prodotto i primi risultati già alla prima col Sassuolo. Padronanza di palleggio, solidità difensiva, estrema concretezza sottoporta. E' il lavoro di Conte che si matura giorno per giorno e produce risultati che esulano dai cambiamenti del gruppo. Ben altro abbrivio rispetto all'anno scorso, quando gli ultimi colpi di mercato rappresentavano una necessità vitale e non una semplice rifinitura. Oggi il possibile arrivo di Hojlund (ma soprattutto un investimento che esclude altri grandi colpi) consolida le velleità del nuovo modulo e relega il vecchio 4-3-3 a necessità episodiche, nell'attesa che Lang diventi il protagonista tanto atteso.
     Inutile cercare di dedurre altro in una finestra di valutazione, quella di agosto, che spesso lascia il tempo che trova. Altrettanto incerto appare il peso specifico delle concorrenti, specie quando una fra le più accreditate, quel Milan guidato da una volpe vecchia e vincente, è vittima di uno scivolone già alla prima di campionato. Tra nuove rivoluzioni (Juve e Roma) e parabole forse in discesa (Inter), tocca al Napoli il ruolo di ovvia favorita. Una scomodità per tutti, tranne che per un maniaco del volo basso e della sofferenza quotidiana: Antonio Conte.

(Fa.Cas.)
   
  

 

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