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Ci sono alcuni momenti che
segnano una vita. Attimi
propizi, che sembrano concepiti
apposta per risollevarti. Sarà
il modo in cui il destino ti
tende la mano, o più
semplicemente si palesa come per
dirti: prenditi le
responsabilità, la tua
occasione è qui. Se non la
sfrutti, non puoi prendertela
con nessuno. Su quegli attimi,
le squadre vincenti costruiscono
i loro successi e la letteratura
che li celebra. In altri casi,
l'occasione propizia lasciata
correre via pesa come un
macigno, rode la coscienza più
di una sconfitta, poiché diventa
la dichiarazione implicita dei
propri limiti. Quell'attimo
fuggente è scoccato a San Siro,
e la mano del destino era tesa
verso undici maglie azzurre,
dopo un cartellino rosso che ha
lasciato il Milan -già decimato
dalle assenze- in dieci e senza
il suo uomo più pericoloso.
L'inerzia della partita era
segnata: toccava al Napoli
salire in cattedra e sfruttare
la superiorità. Nulla di tutto
ciò.
Dopo l'espulsione di Ibrahimovic è trascorsa la mezz'ora più
irritante dell'intero
campionato. Il Napoli ha tenuto
palla senza alcuna convinzione
di imporsi. Nessun cambio di
ritmo, nessuna cattiveria
agonistica, praticamente nessun
tiro in porta. Una clima
surrreale tra una squadra,
quella azzurra, mentalmente
bloccata ed un'altra, il Milan,
inutilmente intimorita da una
inferiorità solo teorica. Una
vittoria a San Siro avrebbe
riaccreditato il Napoli dopo
molti passi falsi. Avrebbe
dimostrato carattere e cifra
tecnica. Avrebbe contenuto il
distacco dal terzo posto entro
margini plausibili: li' davanti
pochi corrono e nessuno ha vera
continuità. In una parola, tre
punti a Milano avrebbero
riaperto, e subito, le
prospettive di un intero
campionato. Il destino è rimasto
con la mano tesa per quasi
mezz'ora. Inutilmente.
Spiegare questa dichiarazione di impotenza non deve essere
semplice. I commenti del tecnico
restano evasivi e continuano a
concentrarsi sugli episodi
sfavorevoli, dimenticando che
anche la squadra avversaria
gioca, fallisce le sue occasioni
clamorose, può recriminare su
decisioni discutibili. Anche per
il tifoso le responsabilità
restano fumose e senza una
chiara paternità: Mazzarri ha
formalmente provato a vincere,
inserendo Pandev ed il fresco
Inler: difficile ipotizzare
cambi più efficaci. Il vero
timore è che ad agire sia un
meccanismo sottile e perfido,
legato agli obiettivi al momento
più verosimili. Dare una
implicita priorità alle coppe
(Champions League e Coppa
Italia) anziché al
campionato è la via più breve
per sollevare un giocatore od
una squadra intera da tutte le
altre responsabilità.
Fa rabbia doverne pagare le conseguenze. Specie quando il
campionato continua a ricordare
a tutti che non esistono valori
assoluti e risultati scontati.
Un solo paio di partite gestite
meglio avrebbero stravolto la
classifica e le prospettive di
tutta la stagione: se il Napoli
non convince, Inter, Udinese,
Lazio e la stessa Roma non
brillano certo in regolarità.
Dal mal comune può nascere un
gaudio insperato. Mai mollare.
(Fa.Cas.)
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