Attiva i controlli ActiveX per visitare il sito

 

 

 



 

 

  
Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

E il terzino?

Questa storia si sta trasformando in una barzelletta. Possibile che le capacità di cassa siano così ridotte da non poter prendere un giocatore che ci manca da anni? Se Spalletti ha accettato una cosa simile, allora vuol dire davvero che non ha tutta questa personalità.

Nicola Martusciello- Napoli 

 

Invia le tue e-mail a:

postmaster@riccardocassero.it
------------------------------




 

  
                                            

 

   

 

   

 

    Alcuni gol restano inutili, ma cambiano la lettura della partita. Ciro ne ha combinata una delle sue: quanto basta  per poggiare sul finale della partita alibi e recriminazioni. La dimensione della sconfitta sembrerà accettabile, quasi un tributo obbligato lungo la strada che porta alla vetta. Ma la verità è che fino all'ingresso di Mertens (e correva già il 75'), il Napoli non è praticamente esistito, nonostante il gol dopo un quarto d'ora, che ha trascinato inutilmente gli azzurri in una discesa tattica mai sfruttata. Il difetto di personalità torna a condizionare i giudizi e forse a deviarli: che il Napoli sia in netta flessione è una evidenza, ma a deprimere è l'incapacità -oggi come contro il Verona- di capitalizzare in classifica le opportunità fornite dagli passi falsi altrui. La sequela di occasioni fioccate nell'ultimo quarto d'ora è solo frutto di una dinamica obbligata tra una squadra in apnea agonistica ed un'altra che naturalmente arretra a difendere il vantaggio. Ma i giochi -mai dimenticarlo- erano già colpevolmente chiusi da un'Inter mai davvero padrona del campo. Ed è proprio qui quel qualcosa che quadra poco.
    Certo, la disamina diventa difficile se discorso sui singoli deve escludere -per una semplice questione di consunzione fisica- sia Anguissa che Fabian Ruiz, oggi pedina obbligata in debito di lucidità. Il Napoli resta ingessato sulla mediana, nell'eterna attesa del suo capitano (che ad oggi non giustifica nemmeno la metà dell'ingaggio che reclama) e di qualche intuizione di Spalletti, chiacchierato sia per il tardivo inserimento di Mertens (indietro nelle gerarchie nonostante concretezza e mestiere) che per l'inspiegabile sostituzione di Lozano, una spina nella fascia di Perisic.
     Novembre non è il mese migliore per emettere verdetti. Ma ciò che resta certo, nonostante il Meazza, è il progetto azzurro di inizio stagione. Restare primi è grasso che cola, se l'obiettivo vitale resta la qualificazione in Champions League. Tutto dipende da come si legge la classifica: il Napoli ricomincia dai quattro punti sull'Inter, ma la distanza che conta è sei punti più in basso. Avvilirsi è francamente ridicolo.

(Fa.Cas.)
   
       

    Una maledizione, se vogliano invocare la malasorte. In realtà, c'è molta logica dietro la delusione. Perchè i difetti, quando ci sono, emergono senza pietà lasciando poco spazio alle recriminazioni di comodo. Che il Napoli fosse una squadra a trazione posteriore era un fatto ormai acclarato dai tre gol al passivo. Col Verona, la prova provata: è bastato perdere Koulibaly per soffrire uno scompenso serio: Rahmani ha perso sicurezza e smalto, mentre la metà sinistra della linea (Juan Jesus e Mario Rui) non poteva rivelarsi -come era troppo facile prevedere- all'altezza dell'impegno. Insomma, una fragilità decisiva su cui si è concretizzato un avvio ad handicap (il gol del Verona è frutto di due indecisioni gravi) che ha condizionato la gara intera, oltre a sottrarre serenità al gioco azzurro, viste le diverse occasioni fallite dagli scaligeri.
    Ma non basta: palesi segnali di affaticamento provengono da Anguissa e Fabian Ruiz -grandi assenti nella ripresa- come è ovvio che accada se la linea di centrocampo non ha, o quasi, il suo naturale turnover. Infine, il rendimento quasi nullo di Zielinski e Lozano continua a penalizzare seriamente un collettivo che non ha alternative nel ruolo di sottopunta se non Elmas, atavicamente inutile quando si tratta di stringere i tempi. Elementi a sufficienza per aprire qualche riflessione: a livelli di eccellenza il Napoli non può permettersi nè di giocare in dieci nè di ignorare l'importanza degli stati di forma, nè - figuriamoci - di ricorrere ai cambi in colpevole ritardo.
      Qualche sicurezza crolla, ma il Napoli resta lì, mentre molti si chiedono i motivi di una tranquillità popolare poco consona all’esuberanza partenopea. Ma quello che qualcuno riconosce come un segnale di maturità, è solo il sintomo di un malessere che viene da lontano. Il napoletano è stanco delle disillusioni, soprattutto se derivano da interventi estranei ai valori sportivi celebrati sul campo. Costretto con violenza emotiva alla cultura del sospetto, il tifoso riconosce ormai troppe variabili che portano alla disillusione. Scudetti persi in albergo, Champions mancate dopo partite “misteriose” (vedi lo scorso Napoli-Verona) o dopo rigori regalati alle concorrenti (per quello su Quadrado si ride ancora e si riderà per lustri), scarsa propensione allo sforzo economico da parte di un proprietà che sembra inerte, quasi disinteressata, nei passaggi decisivi: il tifoso è soggetto passivo e poco garantito. Il primo posto è come una grande e delicata bolla di sapone, perfetta nella sua geometria, ma destinata a rompersi alla prima collisione. Molto semplicemente, il napoletano sta proteggendo sè stesso dai colpi di un sistema che non lo invita a fidarsi. Probabilmente per una pura questione di incapacità.
     Gestire la delusione di oggi, comunque, non sarà affare semplice. Nel naturale tentativo di metabolizzare il passo falso col Verona, saremo portati a sottostimare la gravità di un pareggio che, nella dura realtà, trattiene in classifica il Napoli in un momento che poteva rivelarsi decisivo. Il colpo è stato durissimo: ammettiamolo pure, senza prenderci in giro.

(Fa.Cas.)

    Lo chiamano derby, ma è solo un fatto geografico fra due realtà calcistiche aliene tra loro. La carica emotiva che ha infiammato la partita ha, in realtà, una matrice assai diversa. Risultato in bilico, due espulsioni, una percezione di superiorità azzurra mai palpata concretamente, hanno reso la battaglia dell'Arechi molto più dura di quanto i valori in campo lasciassero prevedere. E' andata bene al Napoli: Zielinski raccoglierà gli onori dei titoli in un altro di suoi giorni grigi così come il Napoli si mantiene saldo in vetta nel momento in cui molte convinzioni potevano -lecitamente- traballare. Mantenere il vertice assicura la tranquillità per acquisire alcune consapevolezze. Farlo ora potrebbe aiutare poi.
    C'è un controsenso di fondo su cui poggiano molte convinzioni: il Napoli è una squadra a trazione anteriore. E' davvero così? Già prima dell'Arechi, la risposta era nei numeri. Quei tre gol subiti esprimono il valore reale, la premessa essenziale su cui costruire ogni fortuna. Il Napoli di Spalletti non subisce gol e non soffre le dinamiche viziose dello svantaggio. Il rendimento di Rahmani, lo stato di forma di Di Lorenzo, la ritrovata vena di Koulibaly e la leadership di Ospina sono le vere fondamenta di una squadra che ha trovato in Anguissa -con una buona dose di fortuna- un frangiflutti di livello internazionale su cui può appoggiarsi perfino il compassato talento di Fabian. L'attacco, ad essere franchi, grava sulle spalle di un solo giocatore, Osimhen, e sui circoli virtuosi che innesca la sua esuberanza. Perchè dalla cintola in su, oggi nel Napoli annaspano tutti: Zielinki è in ombra da un pezzo, Lozano e Mertens inseguono una ripresa assai lenta, Politano firma a stento il compitino, su Insigne gli opinionisti più colti inarcano il sopracciglio, tanto per usare una espressione riverente. Ad Elmas e Petagna resta il peso specifico dei comprimari.
    E' in questi momenti, visti i risultati, in cui emerge il lavoro di chi assembla un gruppo ancora perfettibile. A Spalletti non possono sfuggire i disagi del reparto anteriore nè le ricette per restituirlo ai valori noti.  Dopo la fatica delle dieci vittorie, una sola realtà preoccupa il tifoso: dietro Anguissa e Fabian, il piano B resta una pura teoria. Per quanto ancora?

(Fa.Cas)

 

 

 

     Alla prova del nove mancano solo i tre punti. Il Napoli torna dall'Olimpico con la consapevolezza della grande squadra: possesso di palla, dominio territoriale e cifra agonistica autorizzano grandi ambizioni, soprattutto ora che la prima prova della verità ha ampiamente dimostrato che la vetta non è stata questione di calendario. Anzi, il confronto con la Roma ha esaltato una evidenza già nota: l'eccellenza di un collettivo che subisce poche reti e spadroneggia a centrocampo (Anguissa continua a stupire e Fabian ne beneficia) merita la testa e copre perfino la desolazione di alcune caselle vuote. Zielinski non c'è, Politano non punge (come il suo alter ego Lozano), i limiti storici di Mario Rui - lasciato in libertà per scelta giallorossa- incatenano la fascia sinistra ad un rendimento appena sufficiente nella migliore delle ipotesi. E quando Insigne non accende la partita (capita, eccome), tocca ad Osimhen fare reparto - e bene- da solo.
    E' questo il motivo per il quale, nonostante le conferme che tutti attendevano, il tifoso mastica amaro ed assapora la sensazione dell'occasione mancata. Molti dei valori aggiunti devono ancora emergere: fra questi Mertens, lontano dai riflettori e quasi dimenticato nella percezione popolare. Relegato ad un ruolo troppo dimesso per le sue potenzialità, non viene proposto da Spalletti nella posizione di sottopunta, nemmeno ora che Elmas e Zielinski faticano ad esprimersi con concretezza.
   Quando l'emotività dei giudizi a caldo lascerà il posto alla ragione, l'amarezza della coabitazione in vetta apparirà come un male accettabile e probabilmente transitorio. Il calendario propone tre turni abbordabili, è facile prevedere nuove opportunità di fuga. C'è da temere l'unica, storica  variabile: la stanchezza. Chiedere a Gasperini: fra i complimenti di Manchester e le imprecazioni con l'Udinese, è un attimo.

(Fa.Cas.)

 

   
   
Contava vincere, ed il Napoli ha vinto. Partita sporchissima, l'ottava. Più di quanto non evocassero i fantasmi di un recente passato: per Juric un rispetto che va oltre la cabala, ad Ospina il merito di aver tenuto gli spettri fuori dal Maradona. Il vantaggio del Toro avrebbe complicato maledettamente il piacere della solitudine in vetta, già pericolante dopo l'errore dal dischetto di Insigne. Un altro degli episodi sbagliati nei momenti peggiori: l'incidenza effettiva di Lorenzo resta un rebus, tanto più complicato quanto si cerchi di tradurla in un ingaggio realistico. Ma la fatica del Napoli si spiega con gli stenti di giocatori che ancora rincorrono una forma decente: Politano, Zielinski, Lozano e lo stesso Insigne servono il collettivo ma non accendono la squadra. La velocità di Osimhen è l'unico valore aggiunto e riconosciuto di un gruppo non ancora inesorabile per altre vie. E quando la difesa tiene, attendere i ritardatari si può.
    In un contesto agonistico così vicino all'idillio, l'ultima settimana di sosta è stata quasi totalmente occupata dalla querelle sul rinnovo di Insigne. Una polemica ormai stantia, che ha finito solo col ribadire alcuni concetti: il primo è che la deriva morale che investe lo sport non riesce più a imporre ad una bandiera come Insigne, il dovere di capire il momento economico ed i sacrifici che spettano ad un figlio della città che egli stesso rappresenta. La pervicacia con la quale -evidentemente- il procuratore difende i suoi numeri è in totale contrasto sia con gli interessi della squadra che con le ricadute economiche che gli stessi tifosi sono ormai svelti a calcolare con malizia. E' una discrasia impossibile da dimenticare anche quando si fa leva sulla mozione degli affetti, un argomento omai inacidito che dovrebbe procedere a doppio senso, soprattutto nei momenti di crisi. La cassa di risonanza, infine, amplifica i dissapori: il circo mediatico, costretto a rimepire edizioni su edizioni specie nei momenti di pausa, crea ridondanze stucchevoli e controproducenti. Farsi del male è ormai quasi un dovere di cronaca.
   Il calendario non regala più pause. Anzi, chiama gli azzurri all'Olimpico in una delle prove di maturità più eloquenti, nella stessa giornata in cui Inter-Juve emetterà un altro verdetto pesante. Contro la Roma sarà uno scontro di carisma fra due personaggi dal passato ingombrante: Mourinho e Spalletti promettono spettacolo oltre il rettangolo di gioco. Ma la prova del nove non deve far paura: con ventiquattro punti, il conto in banca è già alto abbastanza per non temere inciampi.

(Fa.Cas)

 

 
   
Se le grandi stagioni emergono dalle lacrime e dal sangue dei gironi infernali, la serata di Firenze segna la nascita di un sogno. La magia del calcio regala scenari improbabili, forse contraddittori: il progetto azzurro supera la prova di maturità proprio nella serata in cui le individualità non brillano: con buona pace di Koulibaly, Rahmani, Di Lorenzo ed Osimhen, le altre stelle restano a guardare, stringono i denti quanto possono, sudano come poche altre volte. Senza mollare mai. Stavolta non è la cifra tecnica che sospinge il Napoli capolista, ma è proprio lì il conforto di chi mastica calcio: quando i piedi torneranno ad esprimersi, giocarsi il campionato sarà l’obiettivo minimo e la Champions League un fatto assodato. Nel collettivo azzurro manca l’apporto di Zielinski -mai poco concreto come oggi- ed il contributo appena apprezzabile dell’alter ego Elmas: una casella, tra le più importanti, oggi è tristemente vuota. Notarlo é solo un modo per evidenziare i margini di miglioramento di un gruppo che, con i recenti rientri, non mostra falle serie se non quella ormai atavica, in basso a sinistra.
    Per il resto, la gara di Europa League ha soltanto ribadito un concetto di fondo: puntare in maniera dichiarata su una competizione Europea può essere perfino un errore di programmazione. Infortuni, risorse fisiche e mentali e tempo sottratto alla pianificazione settimanale restano prezzi fatali da pagare lungo un percorso messo a rischio da un episodio banale quale una svista arbitrale od una espulsione, come lo scellerato Mario Rui ci ha ricordato giovedì. Lo stesso senso della realtà con il quale concludiamo che i proventi della Champions restano una risorsa imprescindibile (probabilmente l’unica), dovrebbe imporci di guardare con sospetto qualsiasi elemento che possa allontanarci da questo obiettivo. Soprattutto se il concetto di turnover suggerisce ad ogni turno delle modifiche ad un telaio che funziona bene in campionato, con i rischi che ciò comporta. Del resto, a partire da quarti (se non già dagli ottavi) le rivali sarebbero di un livello tale da prevedere scontri troppo sanguinosi per non temere ripercussioni in campionato. Insomma, l’adrenalina del tifoso in Europa ha un costo non sostenibile con le attuali dinamiche di incasso. Rischiare oggi sarebbe un suicidio domani, anche se a nessuno fa comodo ammetterlo in pubblico.
    Affrontare la sosta con la sottile soddisfazione della capolista in fuga è un lusso tanto più piacevole quanto più ci è sconosciuto. Napoli sta incassando con gli interessi le gioie della rivincita dalle recentissime delusioni. Gestire le emotività non è affare da poco: è il compito che mai avremmo creduto di affidare a Spalletti, già alla settima giornata e con ventuno punti in tasca. E’ tempo di godere, qualsiasi cosa ci attenda.

(Fa.Cas)

 

 
   
Brillante quanto basta, il Napoli incassa tre punti senza premere sull'acceleratore. La tranquillità di questo successo esprime le sicurezze di un gruppo che ormai dispone dell'avversario con la padronanza dei vincenti. Mazzarri si gioca le sue poche carte tentando di soffocare con marcature ad uomo gli spunti della mediana. In qualche modo appanna la manovra azzurra, ma le fiammate dei singoli mandano all'aria ogni resistenza: bastano un paio di guizzi di uno straripante Osimhen per trasformare gran parte della partita in pura accademia. Fieno nella cascina del Napoli, anche se Fabian Ruiz ed Anguissa mostrano nel finale i segnali delle prime fatiche.  Lo stato fisico degli unici titolari "obbligati" resta l'unica incognita di questi giorni, sospesi fra la realtà e i sogni leciti da capolista.
    Anzi, nell’ottica di una lunga cavalcata e dei successi che può mietere, sono in molti a scomodare parallelismi suggestivi. Ma c’è una premessa che rende tutto poco omogeneo con il recente passato: la novità dei cinque cambi è una svolta epocale che stravolge le dinamiche della gestione del gruppo e disegna modelli di alternanza più evoluti. Ed in questa nuova frontiera, Spalletti gode di una vastità di scelta che non ha molti paragoni col passato: la sua ostinata volontà di trattenere Ounas e Petagna -per esempio- ha reso la trazione anteriore del Napoli molto più composita ed incidente di quanto non lo fosse nell’epoca di Sarri -tanto per scomodare paragoni impegnativi- quando già in primavera si facevano i conti (o meglio, le spese) con le consunzioni fisiche di Mertens e Callejon, rotelle essenziali in un ingranaggio che già non poteva permettersi sostituzioni.    
    Va da sè che i cinque cambi rimodulano totalmente il concetto di turnover grazie ad una rotazione in corso d’opera che permette minutaggi più distribuiti da una parte e mosse dirompenti dall’altra. E’ qui dove il Napoli non ha rivali tra le sei sorelle. Il resto -come spesso accade- è in mano alla fortuna. E si fa molta fatica a credere che non abbia sorriso al Napoli nella scelta di Anguissa, l’uomo-copertina dopo le prime sei giornate. La tempistica del suo acquisto, concepito e concretizzatosi solo nelle ultime ore di mercato, lascia pochissimi dubbi sulla bassa priorità del camerunense , arrivato a Napoli in extremis ed a cifre vicine alla svendita. Quattrocentomila euro per il prestito, ingaggio pagato per metà dal Fulham, riscatto non obbligato: dettagli che avrebbero ingigantito i meriti della scelta di Anguissa se solo fosse stata definita quando c’era da arraffarlo subito: in avvio di mercato. Letteralmente inevitabile il raffronto con Bakayoko, chiamato a rattoppare lo stesso buco in simili (e pessime) tempistiche e con lo stesso budget. E con gli ovvi risultati.

(Fa.Cas.)

 

   

   

 

    Non vogliamo pompieri. KK affonda ancora la Juve sul filo di lana e i sogni del tifoso restano intoccabili, fino a quando classifica vorrà. E' tempo di godersi la sacrosanta compensazione del dopo-Verona, un conto ancora da saldare con una delusione orfana di padri e di motivi accetabili. Il Napoli ha spiccato il volo sulle ceneri di una Juventus che fu, ma poco importano i mali di cui soffre: infierire sui bianconeri in difficoltà aggiunge il sottile gusto di non perdonare chi ha fatto del risultato "l'unica cosa che conta". Troppo spesso e troppo impunemente sulle spalle altrui.
    Vincere all'ultimo respiro regala una ebbrezza che sottrae lucidità di analisi, ma bastano poche ore per cogliere risvolti che aumentano il valore di una impresa. Perchè è singolare il fatto che la grande vittoria del gruppo poggia su prestazioni appena sufficienti nei suoi singoli, poiché nessuno dei big ha acceso la miccia della rimonta o ha trascinato i compagni al successo. Altrettanto significativa è stata la prova di Anguissa, arrivato a Napoli con i tempi e gli entusiasmi dell'ultima scelta, ma già in grado di convincere per la concretezza del suo gioco e dei suoi piedi. La sua prestazione, anzi, apre prospettive tanto più rosee quanto più Fabian troverà modo di alleggerirsi dai carichi da incontrista per cui non è mai stato tagliato. Belle speranze sono risposte anche nel contributo di Ounas, un tipetto che ha ben pochi rivali nello spunto breve, capace -oggi a ragion veduta- di spaccare la partita con una facilità di giocata quasi disarmante.
      L'amor di verità registra anche un altro paio di evidenze: la scarsa efficacia di Osimhen negli spazi stretti e la volubile vena di Elmas, per il quale spesso si evocano qualità da trequartista, salvo poi ricredersi quando il gioco diventa davvero duro. Sono note di contorno in un tripudio di possesso palla (quasi il settanta per cento) che forse riporta l'attenzione sul valore aggiunto da un allenatore che sa giocarsela. La mano di Spalletti non sarà ancora nitida in campo, ma lo è nella dialettica e nell'atmosfera di spogliatoio. Ne hanno già fatto le spese i nervi del compaesano Allegri,  perfetto suicida in una polemica da perdente. All'orecchio di chi mastica calcio è arrivato il vero rantolo della Signora in coma. Ecco "l'unica cosa che conta", o quasi, da queste parti.

(Fa.Cas.)

 

     Senza scomodare Napoleone e la fortuna dei suoi generali, godiamoci Spalletti e lo stellone azzurro, tornato splendente con qualche mese di ritardo. I cento secondi prima del gol di Petagna hanno bruciato una settimana di speculazioni sul falso nueve, che Spalletti ha ipotizzato prima e sostenuto a oltranza poi, salvo giocarsi l'ariete di scorta sull'onda del tutto per tutto, raccogliendo infine una gloria trovata per caso. La sorte sostiene gli azzurri a cantiere ancora aperto e sollecita buone prospettive, proprio perchè sei punti arrivano a la quadratura ancora lontana e in perenne divenire. Di questo abbrivio di campionato ricorderemo la sontuosa condizione di Koulibaly, ma anche gli stenti di un centrocampo carente di effettivi e qualità, oggi affidato ai noti piedi di Lobotka e Fabian. E' l'aurea mediocrità di elementi che garantiscono una amministrazione onesta, ma compassata e senza fiammate. Il ritorno di Demme costituirà l'unica alternativa di peso, laddove oggi il solo Gaetano può garantire un cambio di pura freschezza atletica. Troppo poco per illudersi che ciò basti fino a giugno senza pagare dazi decisivi.
     Rientri eccellenti  e condizioni ancora approssimative accrescono il peso specifico dei sei punti già in carniere. Basti ricordare la forma del Lozano attuale - ben lontano dalle devastazioni arrecate lo scorso anno- e la solita altalena di rendimento di Elmas, puntualmente tornato generoso quanto inconsistente. Aspettando i ritorni dei grandi assenti, diverte la dialettica di Spalletti, intimamente preoccupato dalle carenze del centrocampo, ma pubblicamente chiamato a rispondere sull'importanza di ogni giocatore di un attacco esuberante nel numero nella cifra tecnica: Zielinski, Insigne, Politano, Mertens, Osimhen, Petagna, Ounas  e lo stesso Elmas sono valori oggettivi da cui sarebbe doloroso privarsi senza scrupoli.
    La nazionale impone la sua sosta, ma all'orizzonte c'è la Juve. Il distacco è di cinque punti, ma l'eterno gap da colmare riguarda la personalità. Perchè difendere la differenza di cinque punti avrebbe il suo significato, ma una vittoria che garantisse una voragine di otto punti dai bianconeri regalerebbe un tesoretto da gestire con la padronanza della squadra vincente. Sognare alla terza giornata si può.

(Fa.Cas.)
    

 

 

    "Non mi manca nulla". C'è questo epitaffio sulla lapide sepolcrale del mercato del Napoli. Una sentenza scritta a fine agosto, ma concepita già molto prima. Aziendalista per vocazione e grande assente da troppo per recalcitrare già in estate, Spalletti ondeggia sicuro di sè tra le dichiarazioni di stima e gli slogan di inizio stagione. Altro non può. La tragedia sportiva consumatasi col Verona ha gettato la società in una paralisi che non ha paragoni a memoria di tifoso. Una impotenza raccapricciante nei numeri e nella gestione, poichè il Napoli non incanala spiccioli ed entusiasmi nemmeno nello scouting di nuovi talenti. Non ne ha voglia e -secondo alcuni- grande capacità.  Tocca al tecnico agitare acque stagnanti, inventando formule che attribuiscano valori aggiunti a quelli già sedimentati e sofferti. E' l'unica speranza del tifoso, incredulo di fronte ad alcune caselle vuote da anni. La Caporetto azzurra ha il volto del terzino sinistro che non c'è. Da secoli.
    E non basta. Alcune dinamiche perverse impediscono di chiarirsi le idee in maniera nitida. Il campionato comincia presto, alcuni cardini tornano a Napoli alla spicciolata ed a preparazione quasi conclusa, vecchi e nuovi infortuni mascherano i progetti tecnici, il calciomercato assorbe concentrazione e mischia le carte a stagione già aperta, condizione e modulo sono ancora (ovviamente) in divenire. Ed è così che dopo l'insignificante vittoria col neopromosso Venezia ci si ritrova ancora a discutere sui chiacchierati attributi di Insigne e sulla delicatezza con cui vengono ostentati, sulla ritrovata combattività rispetto alla gara col Verona (come se fosse un degno termine di paragone!) e sulla nuova silhouette di Lobotka, ormai celebrata più di certe curve in primo piano su DAZN. E' il trionfo del nulla, poiché ad agosto nulla è definitivo. Tranne i punti già in palio.
    Per tutti questi motivi, al tifoso non resta che un unico riferimento solido (Spalletti) e il grande atto di fede riposto in lui. Esisterebbero anche elementi tecnici su cui poggiare qualche certezza (il talento ancora inespresso di Elmas o la maturazione di Osimhen, giusto per citarne un paio), ma una pesante rivalutazione della cifra tecnica azzurra potrebbe mortificare oltre il verosimile la competenza dei tecnici che sono andati via. Se vogliamo, giochiamoci pure questa suggestione: le illusioni non vanno mai a bilancio.

(Fa.Cas)


 

Condividi