Attiva i controlli ActiveX per visitare il sito

 

 

 



 

 

  
L’allenatore deve essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

L'ennesima delusione

Ho come l'impressione che tutta la stampa valuti in maniera esagerata il valore reale dei giocatori del Napoli. Occorrerebbe rimanere con i piedi per terra, perchè la gente tende ad illudersi . Posso capire le necessità commerciali, ma occorrerebbe parlare chiaro, sempre.

Vito Scognamiglio - Napoli 

 

Invia le tue e-mail a:

postmaster@riccardocassero.it
------------------------------




 

  
                                            

 

    Noia e sbadigli da copione per l'ultima, insignificante "fatica" della stagione. A La Spezia è di scena il nulla, fra due squadre senza traguardi da raggiungere se non un decente rompete le righe. Il passivo di tre gol è l'ultimo dei problemi per una carneade che festeggia seconda salvezza fra i cori riconoscenti del pubblico, mentre il Napoli è -ancora una volta- alle prese con i rimpianti per una stagione che verrà a lungo ricordata con la rabbia dell'occasione perduta.
    In bilico fra la soddisfazione per una ritrovata Champions e la frustrazione per uno scudetto gettato al vento, in pochi hanno sottolineato l'unico, ovvio motivo per cui è la delusione a prevalere: il Napoli non si è mai piegato ad una superiorità indiscutibile, al merito agonistico di un avversario tecnicamente più attrezzato. Il gap caratteriale che viene addebitato alla squadra rimanda -ovviamente- alle responsabilità di chi la guida. Anzi, Spalletti -ed è qui l'aggravante più significativa- ha dato la sensazione di perdere lucidità proprio nei momenti topici del finale del torneo. La parabola sportiva del tecnico ha conosciuto i punti più bassi agli estremi della stagione, laddove -è importante ricordarlo- il suo spirito aziendalista in pieno agosto definì già completa una squadra fresca reduce dal pasticcio col Verona che escluse il Napoli dalla Champions League. Il difetto di personalità era all'ennesimo ritornello, ma venne seppellito dal tecnico e dalla benevolenza con la quale la piazza abbraccia ogni anno la nuova stagione. Eppure, Spalletti avrebbe dovuto pensarci sul serio, dopo il miele sulle labbra del fresco ingaggio napoletano.
    Ed è proprio qui il sottile filo rosso che lega questa stagione con la prossima. Perchè il Napoli, così com'è ed al netto delle cessioni eccellenti (che comunque alzerebbero il budget di investimento), riparte da valori tecnici di  livello assoluto. Anzi, i ruoli su cui intervenire con priorità sono quelli di Insigne e Mario Rui, elementi che -per motivi diversi- non hanno certo rappresentato punti di forza in questa stagione da terzo posto. Al momento della scelta, confondere i valori tecnici di chi potrebbe vincere con la personalità di chi sa già come si fa, può deviare gli obiettivi di mercato e perpetuare l'equivoco che ha affossato il Napoli in ogni momento della consacrazione.
    Insomma, scegliere giocatori vincenti da inserire sul telaio odierno è l'eterno compito che attende il Napoli in questa finestra di mercato. Occorre il genio del dirigente capace ed un portafoglio in grado di investire. La popolarità di don Aurelio traballa, ma resta in piedi per limiti di investimento che nessuno può addebitare a suo reale demerito. Ma con l'acquirente giusto, la cessione della società diventerà un debito morale verso la città. Napoli non può più accontentarsi.

(Fa.Cas.)

 

    Il piccolo principe azzurro saluta e se ne va. Il lungo abbraccio del San Paolo a Lorenzo Insigne, a fronte di una tifoseria profondamente divisa nel suo nome, ribadisce che l'affetto di Napoli non conosce eccezioni ad antipatie, quando si tratta di tributare onori ad un simbolo riconosciuto della città. Certo, il rapporto col tifo è stato tormentato, chiacchiarato, caricato di significati e luoghi comuni troppo semplicistici per spiegare le realtà nel suo intimo. Perchè è totalmente falso che Napoli non riconosca i propri profeti. E' più verosimile che sappia consacrarli solo quando incarnano valori assoluti, che non conoscano eccezioni, pause, delusioni per le troppe occasioni fallite. Situazioni ricorrenti, per Lorenzo.
     Non occorrono grossi sforzi di memoria. Le parabole napoletane di Ciro Ferrara (dieci anni in azzurro) e di Fabio Cannavaro (solo due stagioni, ma intense) non soffrirono di pause di popolarità nè di oscillazioni nei consensi semplicemente perchè non ve ne fu modo. Qualche antipatia "postuma" fu mossa per una napoletanità forse smarrita, ma i valori sportivi non conobbero dubbi o discussioni. Anzi.
    Beninteso, alcuni elementi hanno giocato contro Insigne, ed in maniera scientifica. Innanzitutto, l'aspettativa costante ed opprimente creata dai media che ne hanno esaltato le capacità ben oltre le doti naturali: necessità editoriali quando si è trattato di inventarsi l'icona, l'uomo squadra capace di reggere il peso di un evento e di risolverlo con un solo guizzo. Un fardello insostenibile, un moltiplicatore di delusione che negli anni ha minato la credibilità di un calciatore fragile, spesso sparito nei momenti del dunque, perfino nell'epopea degli Europei appena vinti. Ed ancora, la sorte di giocare in organici incapaci di aiutarlo nei momenti decisivi: collettivi  mentalmente deboli, senza leader capaci di dividere le  responsabilità ed imporre il poprio carattere con la cattiveria dei predestinati. Un destino perverso che ha condotto Insigne al martirio dell'uomo simbolo dell'occasione mancata, tutte le maledette volte in cui il Napoli ha fallito nel momento della consacrazione e la gente è rimasta a chiedersi il perchè. La vittima sacrificale era fin troppo in vista, con i suoi toni non sempre raffinati, una immagine troppo spesso rivedibile ed un linguaggio in eterno conflitto con la grammatica. Un uomo imperfetto, la vittima perfetta.
   L'estetica delle sua giocate e una tecnica sopraffina sono l'eredità che Insigne lascia alla sua gente. Ciò che rimarrà della sua memoria è destinato a compensare le delusioni, perchè il tempo esalta la magia dei gesti tecnici ed il ricordo di chi li ha regalati ai tifosi. Oggi le lacrime rigano il viso, ma non cancellano il vero perchè di questo addio. Qualcosa che non dovremmo mai dimenticare, quando crediamo che una maglia azzurra valga più di un conto in banca. Perchè non accade mai, nemmeno ad un napoletano.

(Fa.Cas)

 

    A giochi pressochè fatti, la coda del campionato è impossibile da decifrare. La mancanza di motivazioni, da sola, interviene sui valori in campo in maniera decisiva, rendendo inutili perfino i giudizi sulle scelte da fare sul mercato ormai alle porte. Torino e Napoli non sono sfuggite alla regola: modificare pareri su valori ormai sedimentati non ha alcun senso. Anche se fai gol, ovviamente.  
    Poiché il caso ha voluto che la rete della vittoria fosse firmata proprio da Fabian Ruiz, il più curioso fra i casi azzurri: la piazza è divisa sulle sue qualità, ma tutti concordano sulla plusvalenza della sua cessione, dimenticandosi puntualmente dell'attore più importante: una squadra disposta ad investire una cifra che valga la privazione. Senza l'acquirente giusto (non ci fu per Koulibaly, figuriamoci ora per Fabian) non è difficile prevedere che lo spagnolo possa restare a Napoli nell'improduttiva attesa della scadenza di contratto: svendere non è mai stato nelle corde di De Laurentiis. E' una capitolazione morale inconcepibile.
    Dal canto suo, Spalletti accentra gran parte dell'attenzione pubblica. Che abbia perso gran parte del credito popolare è un fatto assodato: il suo modo di porsi diventa controproducente ai primi insuccessi e viene mal tollerato da un popolo che non perdona la supponenza e gli errori marchiani. Tra il tracollo nel momento decisivo ed i fantasmi di ostracismi eccellenti (ieri Totti ed Icardi, oggi Mertens) pochi notano che il consenso pubblico è così basso da rendere già insostenibile qualche passo falso nelle prime giornate del prossimo campionato: serenità ed entusiasmo sono troppo vacillanti fin da ora. Anzi, a ben vedere, il terzo posto ha un valore simbolico soprattutto per il tecnico: perderlo significherebbe terminare alle spalle di una squadra, la Juve, che ha dichiarato il fallimento della sua stagione già da sei mesi. In ballo c'è la faccia, non quella manciata di milioni in più.

(Fa.Cas.)

   

    La prova che si poteva fare di più? No, è quella di una diagnosi certa. I sei gol col Sassuolo si prestano ad interpretazioni agli antipodi, ma fin troppi indizi hanno fornito un verdetto certo: libero da pressioni mentali, il Napoli è altra squadra. Se la differenza fra trionfo e frustrazione risiede nella testa di chi gioca, capirne l'importanza è un affare capitale. Soprattutto se si vuole dare un senso compiuto al campionato di quest'anno: chi -come Spalletti- sottolinea l'importanza della zona Champions, implicitamente sottolinea limiti invalicabili anche in condizioni propizie, senza infierire sul carattere che non c'è. L'ambizione al titolo era giustificata solo dagli stenti degli altri: impossibile sperare che durassero all'infinito, un po' inglorioso -se vogliamo- vincere una eterna gara di psicodrammi ed incapacità.
   E' il periodo in cui si ama parlare di ciclo finito. Ammesso che si capisca quali giocatori incudere nel ciclo. Perchè il nuovo Napoli, se vogliamo, già conserva basi abbastanza solide per non esigere sconvolgimenti: Koulibaly, Rahmani, Di Lorenzo, Lobotka, Anguissa, Lozano, Osimhen, Mertens e (per alcuni) Fabian Ruiz, appartengono alla storia di oggi e restano una spina dorsale oggettivamente valida per un futuro che vede in Politano, Zanoli, Mario Rui e Juan Jesus e Demme dei buoni rincalzi. Se Giuntoli parla di un domani competitivo, potrebbe non avere tutti i torti, soprattutto se Kvaratskhelia ed Olivera si dimostreranno all'altezza di risolvere problemi noti. Insomma, la questione dei leader resta aperta, ma anche  la speranza che De Laurentiis faccia tesoro dell'esperienza ed abbia voglia di provvedere. Poichè il tifoso altro non puo' sperare.
   In questio senso, è facile capire che il nuovo contratto a Mertens rappresenti, per tempistica e necessità di squadra, uno strumento in mano a De Laurentis per riguadagnare la simpatia popolare. Ma è ancora piu' semplice prevedere che la sistematica rinuncia al belga rimarrà nel ricordo dei tifosi come uno degli errori più marchiani commessi quest'anno da Spalletti. La speranza è che non se ne commetta un altro, di cui pochi parlano: la possibile partenza di Ospina, a cui nessuno sembra opporsi, è la colpevole rinuncia ad un cardine di un Napoli in Champions League. La porta ben vale una manciata di milioni. Come non capirlo?

(Fa.Cas)
 

    I presagi funesti pervengono già in tarda mattinata.  All'Arechi viene ricordato cosa siano determinazione, volontà, cattiveria. La Fiorentina, la stessa che aveva maramaldeggiato al San Paolo, cola a picco già dai primi minuti sotto i colpi di una squadra che combatte sull'ultima spiaggia ormai da mesi. Carattere e personalità sembrano termini astratti fino alla resa dei conti. Poi, puntualmente, ci accorgiamo che il calcio è soprattutto questione di attributi. Paghiamo pegno, ma non poniamo rimedio perchè alle fine i vincenti costano caro. A forza di spazzare il problema sotto il tappeto, arriveremo lentamente all'isteria di massa. Perchè figure simili non si dimenticano più.
    "Quando la partita diventa una battaglia, non abbiamo qualità". Spalletti maneggia il problema come se si trattasse di un dettaglio concomitante. In effetti non sarebbe nemmeno l'unico. Magari dovrebbe spiegare come mai solo a cinque giornate dalla fine rispolvera da titolare Mertens, l'unico in grado di dare concretezza ad ogni palla che gioca. Gol a parte, ammesso che gli interessino. O ancora, potrebbe illuminarci sulla ennesima rinuncia a Demme, cambio d'obbligo per dare solidità fino al fischio finale. Niente da fare: "Ogni volta vi lamentate dei cambi. Ma, alla fine, Politano e Zielinski hanno sempre giocato. Toccava a loro". Purtroppo, aggiungiamo noi. Chiose incomprensibili a margine di follie raccapriccianti. Il senno di poi ci trascina a ricordare i primi giorni di Spalletti a Napoli, quando fu ribadito che la rosa era soddisfacente, completa e senza alcuna ulteriori necessità. L'aziendalismo è la lusinga più subdola da porgere ai tifosi. Perchè prima ci cascano e poi ne pagano le spese.
    Il ritiro permanente è solo un ammissione di colpevolezza. Giocatori dimenticati, accanimenti inutili, spiegazioni recitate. Spalletti è riuscito nell'impresa di raggiungere la Champions seminando veleni e antipatie. Nel frattempo, si cincischia sul rinnovo di Mertens, unica certezza azzurra: è l'ultima barzelletta di un aprile da manicomio.

(Fa.Cas.)
   
   
   

    ll calcio è bello perchè non ha memoria. Non vuole averla. La gente spera, si appassiona, lotta fino alla fine perchè ricordare i propri limiti non conviene. Le illusioni si coltivano seppellendo verità note: è un esercizio conveniente per il nostro stesso stato d'animo, se vogliamo inseguire il piacere sottile della lotta al titolo.  La disillusione è un sentimento programmato e mite proprio perchè nel suo momento la memoria torna ad imporsi: sappiamo chi siamo, sappiamo quanto valiamo. E' proprio allora che il concetto di merito prende totalmente forma. Percepiamo di non poter pretendere di più. Perchè prendersela?
    Questo giro emotivo si ripete ogni anno, ma brutto della faccenda è che lambisce il ridicolo. Proprio dopo partite decisive come questa è risibile riscoprire che giocatori fin troppo esaltati non hanno doti tecniche ed attributi per strappare uno scudetto, perfino il più modesto degli ultimi anni. Scendere sul personale non è cattivo. E' inutile. Poichè il livello medio, sancito dall'unico giudice assoluto, il campo, non vede eccezioni se non -eventualmente- in un paio di casi. Abbiamo ciò che la nostra forza può permettersi e ciò che i mercati di eccellenza ignorano: se i nostri eroi restano qui, un motivo ci sarà. Lo stesso per cui finisce per primeggiare uno scarto dalla Premier, Anguissa, la cui conferma appare come la pietra angolare della prossima rifondazione. Tutto quadra facilmente, quando si parla dei valori assoluti e di giocatori di personalità vera. Quella che serve appena appena per battere Fiorentina e Roma. Non il Real.
    La rabbia, casomai, può assalirci quando ci mettiamo del nostro. Il rush finale di Spalletti lascia sul campo devastazioni ed un mare di dubbi. Cambi cervellotici, rinunce immotivate, spiegazioni approssimative fornite col ghigno del perdente che sdrammatizza. Se Mertens marcisce in panca sotto questi chiari di luna, la stupidaggine più grossa è già stata commessa: non ascoltare la gente. Comunque vada, il toscanaccio se l'è cercata. Furbo non è.

(Fa.Cas.)

 I

    Si fa presto a dire delusione. Se il Napoli viene meno quando si tratta fare sul serio, parliamo ormai di un fatto ampiamente prevedibile. Le sconfitte diventano sei, mentre la matematica non esclude ancora nulla: il dato depone semplicemente per l'incertezza di un campionato di livello discutibile, nel quale al Napoli è stato perdonato molto, forse troppo, al punto da poter nascondere alcuni disvalori solari fino a sette giornate dalla fine.
    E' questo lo sfondo di uno scenario complicato, nel quale occorre perfino capire quanto incida il catastrofico scadimento di forma di mezza squadra (tanto per non accanirsi sulla inesorabile parabola di Insigne) e quanto sia intervenuto l'impalpabile lavoro di Spalletti, che poco ha inventato e nulla ha risolto, a fronte di prestazioni casalinghe prevedibilmente deludenti. Dopo l'ultimo disastro, c'è almeno da augurarsi che il logoro rimpianto delle sconfitte con Empoli e Spazia, rientri invece nel binari di una logica ovvia e regolare, che vede il Napoli incapace di produrre un gioco che possa imporsi in casa almeno nelle gare alla sua portata. Il minimo sindacale per chi punti al titolo.
    Il candore della dialettica di Spalletti somiglia molto ad una assunzione di reponsabilità e stizzisce per l'ovvietà degli errori ammessi. Diventa difficile sollevare il tecnico dalle critiche se lui stesso dichiara di "aver provato a sfruttare l'uno contro uno di Osimhen", quando anche il meno avveduto tra i tifosi sa che si tratta di un motivo tattico semplicistico e troppo spesso suicida in casa. Ancora più complicato è liberarsi dei rimpianti se schierare Mertens dall'inizio "probabilmente non sarebbe stato un azzardo". Si tratta di un senno di poi alla portata di chiunque, che rimanda con prepotenza al valore aggiunto di un tecnico in grado di determinare la gara quanto conta davvero. Una delle cose che forse mancano al Napoli, ben oltre la furba retorica da toscanaccio scafato.

(Fa.Cas.)

 

    E' la magia del calcio. Una delle partite da consegnare alla storia del campionato porta la firma di illustri comprimari. I tre punti di Bergamo sono -soprattutto- il bottino personale di Mario Rui e Zanoli, imprevisti eroi di una linea difensiva ineccepibile, impenetrabile, mai in affanno. Se la prestazione del portoghese stupisce per efficacia e tempismo delle chiusure,  inopinabili fino ad oggi, la sontuosa prova del giovane azzurro ha l'amaro retrogusto del rimpianto: un potenziale rimasto fin troppo in panca, proprio nel momento in cui il calcio italiano si interroga sulla improvvida gestione delle nuove leve. Uno spunto di riflessione in più, a margine di una impresa baciata dal merito e da un pizzico di fortuna.
    Perchè, ormai si può ammetterlo, la partita contro l'Atalanta mostrava le premesse peggiori per un attacco orfano di Osimhen e piuttosto leggero nei suoi effettivi. La fisicità degli orobici ha puntualmente prevalso nel primo tempo, laddove il Napoli ha avuto il merito enorme di saper capitalizzare le pochissime occasioni create (o regalate, se pensiamo al rigore del vantaggio), a fronte dell'imprecisione dell'Atalanta, aggressiva ma arruffona nelle finalizzazioni. Spalletti ammetterà enormi limiti nella costruzione dal basso, ma è ovvio che il palleggio soffre se alcuni singoli accusano l'affanno alla prima pressione. L'enfasi dell'impresa coinvolgerà -come è giusto e si deve- la squadra nel suo complesso, ma le perplessita sullo stato di forma di Insigne, Politano (gol d'autore a parte) e Zielinski restano pesanti e pericolose in vista del rush finale.
    Sette partite in cui l'entusiasmo può essere il protagonista trainante, supplendo alla forma approssimativa di qualche singolo. Dopo lo scoglio delle due partite in casa con Fiorentina e Roma, la passerella verso il tricolore è lunga e relativamente comoda. Il senno di poi ci ha insegnato a temere l'unica variabile davvero fuori controllo: gli infortuni. Un capitolo su cui aprire una riflessione opportuna e profondissima, quando avremo smaltito l'adrenalina dello sprint finale. Ora è tempo di correre.

(Fa.Cas.)

 

    Il sapore della vittoria ha il retrogusto insipido del dubbio. Mantenere il passo della prima era vitale, ma oltre ai tre punti restano l’angoscia e le perplessità per un primo tempo avvilente. I titoli enfatizzano il colpo di reni della ripresa, ma è ovvio farsi qualche domanda, se Spalletti cambia deliberatamente modulo (a nove giornate dalla fine) senza i condizionamenti obbligati degli infortuni ed il Napoli raddrizza risultato e gerarchie solo quando due teorici pilastri, Fabian Ruiz e Zielinski, non sono in campo per demeriti palesi. Tutto è vincente, ma tutto è da rifare: a fine marzo, la formazione tipo resta incredibilmente in divenire, come lo stato di forma dei soliti noti (Insigne e Politano su tutti). Le perplessità vanno in second’ordine solo perché è il campionato a permetterlo: le milanesi, quando vincono, convincono ben poco. Non ci sono valori assoluti a cui inchinarsi.
    Un paio di elementi, però, vanno sottolineati. Il primo riguarda Osimhen, oggi in grado di fare la differenza anche quando le dinamiche della partita non esaltano le sue doti atletiche. Devastante a campo libero, ma soffocato dalla densità avversaria nelle partite in casa, il nigeriano non è mai stato inesorabile quanto lo è oggi. E’ l’ovvia parabola di maturazione di un certezza azzurra. Il Napoli compensa al centro le debolezze sulle fasce, in pesante debito di rendimento e gol. Valori smarriti, qualità relegate in panchina. Il pensiero corre veloce a Mertens, cuore azzurro. Nel giorno in cui è Ciro a suonare la carica, viene da chiedersi se non gli sia toccata l’ingrata sorte di Totti, mortificato da Spalletti in un ruolo di comprimario in disarmo con una ostinazione irriverente ed a volte inspiegabile. Il sospetto è che il suo carattere mite abbia favorito più di una esclusione, stravolgendo una scala di valori in cui esperienza e talento appaiono determinanti, soprattutto oggi.
    Dopo la sosta per i preoccupanti impegni azzurri, la partita di Bergamo rappresenta una tappa fondamentale per lo sprint finale. Il Milan è atteso da un impegno abbordabile, perdere il passo complicherebbe molto la corsa al titolo. Ecco perché l’assenza di Osimhen, appiedato da una ammonizione che sfiora il ridicolo, penalizza tropo il Napoli e riapre le solite polemiche sulla classe arbitrale. Ormai sfiancati dai retropensieri e dai risibili protocolli della VAR, ci arrendiamo alla più avvilente delle spiegazioni: l’incapacità. Sono fischietti rubati ai bagnini, o poco più.

 

    Il Diavolo ha aggredito molte certezze, ma il riassunto della disillusione è nella formazione di oggi. La rinuncia al modulo è una dichiarazione di resa, questa volta gli infortuni c'entrano ben poco. Il 4-3-3 è una bandiera bianca piantata sulla delusione: il Napoli non sa azzannare più, il tempo delle illusioni è finito. Zielinski ed Insigne sono le vittime designate, ma Fabian se la cava solo perche c'è bisogno di lui nel castello di centrocampo. Il risultato sorride agli azzurri, ma il rischio di enfatizzare la vittoria è gigantesco: risultato e gioco non sono compagni obbligati. Men che meno oggi.
    Si, perchè oltre la mediana la circolazione di palla è modesta e poco ordinata, Lozano e Politano annaspano senza costrutto, Fabian non è in ripresa, Anguissa è lontano parente dell'inatteso fenomeno di inizio stagione. E' una miscela sufficiente a garantire una buona densità in difesa, ma per vincere -senza gioco-  ci vuole ben altro. Ci vuole Victor Osimhen. Le speranze e il modulo del Napoli restano avvinghiate a lui, alla sua esuberanza immatura, alla capacita di fare reparto da solo, alla semplicità dell'unico schema con cui passare alla cassa: il lancio lungo. Sospesi tra la pochezza delle soluzioni offensive e le certezze di un fulmine di guerra, oggi celebriamo  Osimhen come l'uomo in grado di fare la differenza. Almeno in giornate come queste. Intorno a Victor, un manipolo di comprimari ancora alla ricerca di sè stessi. Il Napoli di oggi è il muro difensivo ed un solo uomo li' davanti. Victor, fai tu.
    La voragine esistente fra la zona Champions ed il limbo delle pretendenti appare una soddisfazione assai relativa, dopo i progetti azzurri di inizio stagione. Eppure, dovremmo razionalizzare e fare tesoro di una realtà felicissima e tutt'altro che scontata. Per i colpi di coda restano nove giornate, ma agitarsi troppo -ormai si sa- fa male alla salute.

(Fa.Cas.)

 

    Come al solito, dispiace per il grande cuore azzurro, quello della gente. Perchè azzardare scusanti e giustificazioni dopo una prova come questa può sfiorare il patetico: in novanta minuti, nessun tiro in porta e una costante sensazione di impotenza. Certe eloquenze superano ogni benevolenza e suggeriscono conclusioni ovvie: alla prova dei fatti, non c'è talento a fare la differenza nei momenti in cui serve davvero.
    Il ritornello si ripete ad oltranza: la difesa merita il suo primo posto, la mediana assicura una discreta circolazione, ma dalla cintola in su qualità e concretezza latitano. Osimhen è chiamato a fare gli straordinari, il lancio lungo sembra la scelta studiata per sfruttarne la velocità, ma nasconde una verità di fondo: ad un certo livello il Napoli non può molto altro. L'evanescenza di Zielinsky, la perfetta inutilità di Insigne, ormai specialista nello stop e nel passaggio indietro e l'inconsistenza di Politano rendono impossibile qualsiasi ambizione. I ricambi consentono varietà di scelta, ma fra Elmas, Ounas e Mertens (possibile impiegarlo solo quindici minuti?) il cambio di passo non c'è. La verità è che il Napoli riesce a marcare la differenza con le squadre di seconda scelta. Ma le illusioni che ne derivano sono puntualmente destinate a naufragare nella controprova che conta davvero.
      Una serie di elementi hanno contribuito a confondere le idee. Le variabili negative piovute negli ultimi mesi sono troppe, ed hanno evocato una benevolenza dovuta, ma fuorviante. Gli infortuni e carattere volubile della squadra sono intervenuti mascherando limiti tecnici (già affiorati con l'Inter) che oggi appaiono ben chiari. Sullo sfondo, una verità fin troppo ignorata: è difficile ricavare certezze da un manipolo di giocatori validi ma tutt’altro che pratici a maneggiare il successo con la confidenza di chi lo ho raggiunto spesso. Triste, ma inoppugnabile.

(Fa.Cas.)

   

 

   


 

    Ritrovarsi ad assaporare una occasione fallita è uno stato d’animo familiare, per un tifoso azzurro. A cambiare, stavolta, è un retrogusto meno amaro: la strada è troppo lunga per mollare, poiché lastricata di imprevisti importanti, gli stessi che hanno penalizzato gli azzurri fino ad ora. Infortuni, tossine europee e qualche mezzo inciampo sono all’ordine del giorno per chiunque, inutile ignorarlo. Lo scudetto, con tutta probabilità, non verrà deciso negli scontri diretti, ma dalla regolarità di percorso. E’ un dato che può confortare, poiché nei confronti decisivi qualche difetto c’è.    
    A dire il vero, il problema è sempre lo stesso. Si ripropone nella fase di concetto in estate e ed in quella pratica durante l’anno: disporre di un paio di elementi che facciano la differenza dalla cintola in su, Gente che possegga  personalità e tecnica per accendersi nel momenti decisivi. Merce costosa e fuori portata, qualcosa a cui puntualmente crediamo di poter rinunciare grazie a qualche artificio tattico o per le alchimie del collettivo Ma la suggestione è destinata a sciogliersi ai primi caldi, se non prima: la partita con l’inter ha fornito una fotografia nitida, forse l’ennesima. Il Napoli è squadra solidissima fino alla mediana. Ha trovato -perché ventura e competenza possono aiutare spendendo meno, ma fino a centrocampo- una quadratura invidiabile: la difesa subisce poco e spesso capitola solo dopo qualche rimpallo, la mediana scherma, riparte bene e con ottima qualità di palleggio. Il problema, ormai quasi atavico, riguarda i tre dietro la punta. Restare aggrappati alla volubilità di Insigne (ricordiamoci di queste prestazioni, quando saremo in vena di rimpianti) e Zielinski, solo per citare i nomi più importanti, significa -a certi livelli- votarsi quasi regolarmente al fallimento. L’ottimismo con cui il tifoso affronta i big match è proporzionale alla pazienza con cui -ancora oggi, dopo anni- aspettiamo la consacrazione di elementi come Elmas, eterno prezzemolo di minestre insipide, che tarda a venire per i motivi ovvi che nessuno vuole ammettere. Certe attese interminabili nascondono le nostre finzioni nel cercare talento vero in chi ne ha poco. Nei, fatti Mertens resta l’unica certezza dal valore assoluto, ma ormai appesantito dall’età e dall’incombenza di distribuirne le energie.
    E’ proprio per questi motivi che occorre assimilare la corsa scudetto ad una volata infinita, valutare i pareggi al vertice come passaggi neutrali e puntare tutto sulla regolarità di percorso contro le squadre più abbordabili. Con la Champions quasi in ghiaccio, aspettiamo pure le disgrazie altrui. Dopotutto, abbiamo già dato.

(Fa.Cas.)

 dato.

    La chiamano prova di maturità. Uno di quegli appuntamenti che il Napoli ha regolarmente fallito quando si è trattato di dare concretezza alle sue ambizioni. Almeno nel rigore dei numeri, la vittoria di Venezia è un forte segnale di discontinuità nei recenti fallimenti, la migliore rampa di lancio per la gara interna con l’Inter, crocevia decisivo della stagione. Secondo copione, tutti giochino a nascondersi: gonfiare le aspettative non è mai conveniente. Ma il Napoli ha il dovere di capire il momento e di giocarsela. E il debito morale che si contrae con la città, qualcosa da cui non si può fuggire quando si tratta di ricambiare l’affetto della gente.
    Ma non tutti lo capiscono: De Laurentiis è infastidito dall’argomento perché ne teme i contraccolpi, Spalletti sottolinea il peso di un lavoro in continuo divenire, ma gli avversari -per fortuna- sono vulnerabili: l’Inter ha perso il derby in maniera ingenua, il Milan arraffa i tre punti ma non ha certo dominato. La gente avverte le debolezze altrui. Dichiarare le proprie ambizioni diventa per il Naopli una forma di rispetto che travolgerebbe le chiacchiere sul rigore dei bilanci e la delusione di un mercato che non c’è mai. Giocarsi il titolo fino alla fine è l’unica risposta tecnica ad un malcontento popolare montante ormai da tempo, ostile alla proprietà senza immedesimarsi nei limiti oggettivi di un reggente che non fa nulla per accattivarsi la gente e non incarna l’emotività del capopopolo.
    Intendiamoci, oggi il Napoli non è una macchina perfetta. Gli azzurri non vincono a mani basse perché la fase conclusiva balbetta: Zielinski si accende sporadicamente, il letargo di Insigne dura da troppo, Osimhen trova il gol ma può fare molto meglio (a sentire anche Spalletti). L’assoluto dominio del centrocampo garantito dal Fabian Ruiz e Lobotka serve solo a ricordare che il possesso palla (superiore al 70% a giochi ancora aperti) può anche irritare quando si rivela improduttivo. Nell’attesa che tutti tornino all’ovile, fa bene anche ricordare che al Napoli inesorabile delle prime dieci vittorie veniva riconosciuto il merito di sfruttare i cinque cambi come un valore aggiunto e decisivo. Un ricordo sbiadito dalle emergenze che può tornare realtà vincente.

(Fa.Cas.)



    Noia e sbadigli unici avversari nella partita meno significativa della stagione. E c’era da aspettarselo: poco avrebbe potuto la malridotta Salernitana giunta a Napoli in debito di allenamento, fiducia e salute. Bonazzoli ha solo regalato qualche goccia di adrenalina in un pomeriggio che nulla avrebbe potuto aggiungere alle riflessioni di questo scorcio di stagione. Perfino i marcatori di giornata (rigori a parte) Juan Jesus e Rrahmani confermano un certo imbarazzo offensivo, già evidente dopo le ultime giornate. Fra rientri, polemiche e ritardi di forma, il reparto non mostra elementi in gran spolvero e solo alcuni spunti isolati -come quelli di Lozano a Bologna e l'assolo di Elmas che ha prodotto il secondo vantaggio- possono confondere le idee dei più ottimisti. Il 4-1 soddisfa tutti perché rispetta l’onore dei vinti per forza maggiore, ma il Napoli che tutti si augurano avrebbe disposto diversamente di un avversario già reduce dai disastri pandemici e poi ridotto in dieci da una espulsione. Questione di tempo, vogliamo credere.
    Insigne non manca la prima occasione che la sorte gli riserva, il rigore del quarto gol, per ribadire (sceneggiandolo) il suo amore per la città. Se non altro, è una esplicita dichiarazione di intenti sull’impegno che profonderà fino alla sua partenza, oltre gli umani dubbi che inevitabilmente sorgeranno alla prima gara storta. Un addio inevitabile, del quale non tutti hanno sottolineato il valore simbolico: la squadra è avvisata, nessuno godrà di favoritismi contrattuali, se perfino una bandiera popolare ammaina e se na va. De Laurentiis ha demarcato una linea di coerenza ormai difficile da superare. E lo fa già a gennaio.
    In una domenica di scarsa emotività, i sentimenti restano rapiti dalla scomparsa di Gianni Di Marzio, uomo di competenza assoluta, al quale è toccata maggiore fama da opinionista, dopo una vita spesa (bene) in panchina. E’ il privilegio degli onesti, la strana sorte di chi si impone nella sua maturità per la trasparenza del proprio pensiero, ormai affrancato dalla schiavitù dei rapporti formali e delle convenienze professionali. La popolarità di chi può esprimersi con libertà assoluta rende merito a pochi eletti e, di converso, riflette la mediocrità di una informazione assai  diffusa, abituata a lusingare ad oltranza tifosi e protagonisti anche quando non dovrebbe. E’ immorale, ma serve a sopravvivere: a rimetterci, come al solito, è la gente.

(Fa.Cas.)



   

 



   
Quando sono Covid ed infortuni a muovere i fili, è già impresa improba abbozzare disamine ed assegnare demeriti. Figuriamoci poi quando sono gli episodi a decidere il risultato. Al Napoli irriducibile e generoso degli ultimi turni di campionato non è certo mancato né lo spirito di iniziativa né il dominio del gioco. Ma, al netto dei demeriti, è stato affondato dalla sfortuna, sia con l’Empoli che con lo Spezia. La differenza con la Samp parte innanzitutto da qui. Il contorno conforta, semplicemente perché è un parziale ritorno alla normalità negata: la presenza di un nuovo centrale, l’apprezzabile rendimento di un laterale basso a sinistra, il ritorno di Fabian, tanto per fare qualche esempio. Vivremo ancora tra stenti ed angosce , su questo non si discute, almeno fino al termine della Coppa d’Africa. Ma c’è luce in fondo al tunnel.
    Ciò che nessuno si aspettava è di dover rivalutare la vera trazione del Napoli. Le aspettative di oggi poggiano più sulle sicurezze difensive che su un attacco alla ricerca dei suoi valori: Insigne è virtualmente un ex, Lozano è ancora in letargo, Osimhen è sulla via di un recupero insidioso e forse ancora lungo, Mertens regge i novanta minuti ma va preservato. Il quarto posto, è firmato dalla miglior difesa del campionato ed è solido quanto il reparto di centrocampo, convincente per quanto provvisorio, poiché Demme e Lobotka nemmeno figurerebbero fra i titolatissimi. Certo, Insigne si è fermato. Ma il paradosso è che oggi un Ghoulam in forma determina più di Lorenzo in infermeria.
    Già, Insigne. I fiumi di inchiostro di oggi potrebbero diventare rivoli, al paragone con ciò che potrebbe ancora accadere. Al momento di definitivo c’è solo la scelta di vita. Mai farsi maestri nel giudicare emotività non vissute, certo. Però -per l’amor del Cielo- escludiamo l’amor di maglia ed il sacro concetto di Bandiera. Il tanto vituperato Manolas non ha pensato al portafoglio per tornare a casa: sacrificarlo si può. E non c’è bisogno di scomodare Totti, certe differenze sono sfacciate: il tatuaggio sul cuore è un’altra cosa.

(Fa.Cas.)

 

  


 

   
 

   

 

     Mancava solo un gol di nuca. La sequela di sciagure che ha abbattuto il Napoli ormai sfiora il ridicolo, anche agli occhi di chi alla sfortuna crede poco o ne vede solo le compensazioni. Ma poi leggi la formazione, vedi Elmas in mediana (con Demme eterno convalescente), Ounas sottopunta,  Zielinski che abbandona boccheggiando senza un perchè e ti assale il sospetto che con la malasorte non puoi combattere, ma solo aspettare che -quando vuole- si allontani da sola. Molto si dirà delle occasioni fallite sottorete e qualche (plausibile) obiezione verrà sollevata dalla somme del monte-ingaggi in campo, comunque squilibrata a favore degli azzurri. La verità è che una squadra rende in funzione di valori ed equilibri. Ma nel Napoli di oggi nulla è al suo posto e chi scende in campo, tra disagi fisici e adattamenti di ruolo, è vittima di forzature che appannano gambe e testa. I valori si livellano anche con le "piccole" ed è l'episodio a decidere: non è questo il momento più adatto per i giudizi.
    Casomai, il discorso da fare è un po' più acuto. L'unico punto su cui ragionare è che fra i pochi titolari non coinvolti in problemi fisici, nessuno (con buona pace di Di Lorenzo, eccezione palese, ma non determinante) ha personalità e forma per trascinare la squadra nelle difficoltà di oggi. E' il caso di Lozano, Zielinski, Mario Rui, Elmas: Il Napoli è stato colpito nelle vertebre più importanti della sua spina dorsale ed aspettarsi miracoli dai rientranti sarebbe oggettivamente ingeneroso. Il discorso è applicabile oggi ad Insigne (già in debito di forma), Anguissa e Fabian Ruiz e lo sarà domani con Koulibaly ed Osimhen. La salute non è un interruttore che scatta da un giorno all'altro.
    Prima del match col Milan c'è, finalmente, una settimana tipo in cui lavorare e riflettere. Ma ciò che attende il Napoli nella breve scadenza è un ovvio ridimensionamento delle aspettative. Procedere a fari spenti -sia pure nel gruppetto di testa- produrrà una diminuzione di pressione che farà bene ad un gruppo in difficoltà. Insomma: la nottata deve passare, ma è la sua lunghezza a deprimere un po'.

(Fa.Cas.)
   

 

    Uscire tra gli applausi dopo una sconfitta non è affare di tutti i giorni. Figuriamoci poi se la resa costa il primo posto ed un rimpasto di ambizioni che ridimensiona gli azzurri. L’unica verità è che l’impegno paga: il popolo sa annusare sangue e sudore, saluta con rispetto i suoi perdenti, ma non per questo smette di ragionare con la serenità di chi ha un vantaggio solido (11 punti) nella corsa alla Champions League. L’Atalanta c’entra poco, poiché il confronto è nato già falsato. La questione è che il Napoli è stravolto dagli infortuni ed un motivo dovrà pur esserci, al netto del capitolo sfortuna, vecchia compagna di viaggio di perdenti e fatalisti ad oltranza.
    La razionalizzazione del problema vede due soli responsabili: la stanchezza e chi dovrebbe gestirla. La fatica dell’Europa League è un pedaggio discusso da sempre e difeso solo da chi non riesce a soppesare le vere conseguenze (ineluttabili e devastanti) ed i ricavi economici (irrilevanti, rispetto alla Champions). In Europa League, la difesa dei colori ha un suo ritorno concreto soltanto se si arriva a vincere: in pochi ricorderanno con piacere la cavalcata finita in semifinale col Dnipro (peraltro persa per un errore arbitrale, altra variabile vanificante e fuori controllo) dopo un cammino che costò le sue fatiche e ben poco rese in euro. E se il gioco non vale la candela, qualche perplessità investe chi dovrebbe tenerla accesa, gestendo le fibre muscolari dei giocatori. Possibile che la stessa Atalanta vista al San Paolo, ancora protagonista in Champions League, tenga fermo ai box il solo Gosens, mentre il resto della truppa scorazza, ramazza e sovrasta gli avversari dovunque giochi? Suvvia, qualcosa non torna. I chiarimenti richiesti da De Laurentiis al team sanitario sanno soltanto di atto dovuto, a meno di mea culpa assai difficili da ipotizzare. Oggi De Nicola è un rimpianto obbligato senza degni perché.
    Nei momenti di resa, le domande maliziose fioccano: come mai Spalletti ha scoperto l’efficacia di Lobotka -che allena ogni giorno- soltanto dopo l’infortunio di Anguissa? Perché non introdurre lo slovacco nelle rotazioni di un centrocampo nato già asfittico prima che i muscoli dei due mediani titolari cedessero per stanchezza? Per non parlare, poi, di Juan Jesus -il centrale svincolato con il quale il Napoli si sta giocando il primato- è reduce da due anni ai margini della rosa giallorossa dopo tre stagioni già trascorse da riserva. Era la giusta alternativa al già chiacchierato Manolas, vittima di mal di pancia (prima figurati, ora reali) fin dall’anno scorso? Spalletti difende i suoi eroi e non recrimina sulle assenze. Onore alla professionalità del tecnico, ma anche al suo acume: i rincalzi dovranno accompagnarlo ancora per un po’. Sa che conviene applaudirli. Ma se annusasse in tempo certi segnali, sarebbe ancora meglio per tutti.

(Fa.Cas)

 

   

 

   

 

    Alcuni gol restano inutili, ma cambiano la lettura della partita. Ciro ne ha combinata una delle sue: quanto basta  per poggiare sul finale della partita alibi e recriminazioni. La dimensione della sconfitta sembrerà accettabile, quasi un tributo obbligato lungo la strada che porta alla vetta. Ma la verità è che fino all'ingresso di Mertens (e correva già il 75'), il Napoli non è praticamente esistito, nonostante il gol dopo un quarto d'ora, che ha trascinato inutilmente gli azzurri in una discesa tattica mai sfruttata. Il difetto di personalità torna a condizionare i giudizi e forse a deviarli: che il Napoli sia in netta flessione è una evidenza, ma a deprimere è l'incapacità -oggi come contro il Verona- di capitalizzare in classifica le opportunità fornite dagli passi falsi altrui. La sequela di occasioni fioccate nell'ultimo quarto d'ora è solo frutto di una dinamica obbligata tra una squadra in apnea agonistica ed un'altra che naturalmente arretra a difendere il vantaggio. Ma i giochi -mai dimenticarlo- erano già colpevolmente chiusi da un'Inter mai davvero padrona del campo. Ed è proprio qui quel qualcosa che quadra poco.
    Certo, la disamina diventa difficile se discorso sui singoli deve escludere -per una semplice questione di consunzione fisica- sia Anguissa che Fabian Ruiz, oggi pedina obbligata in debito di lucidità. Il Napoli resta ingessato sulla mediana, nell'eterna attesa del suo capitano (che ad oggi non giustifica nemmeno la metà dell'ingaggio che reclama) e di qualche intuizione di Spalletti, chiacchierato sia per il tardivo inserimento di Mertens (indietro nelle gerarchie nonostante concretezza e mestiere) che per l'inspiegabile sostituzione di Lozano, una spina nella fascia di Perisic.
     Novembre non è il mese migliore per emettere verdetti. Ma ciò che resta certo, nonostante il Meazza, è il progetto azzurro di inizio stagione. Restare primi è grasso che cola, se l'obiettivo vitale resta la qualificazione in Champions League. Tutto dipende da come si legge la classifica: il Napoli ricomincia dai quattro punti sull'Inter, ma la distanza che conta è sei punti più in basso. Avvilirsi è francamente ridicolo.

(Fa.Cas.)
   
       

    Una maledizione, se vogliano invocare la malasorte. In realtà, c'è molta logica dietro la delusione. Perchè i difetti, quando ci sono, emergono senza pietà lasciando poco spazio alle recriminazioni di comodo. Che il Napoli fosse una squadra a trazione posteriore era un fatto ormai acclarato dai tre gol al passivo. Col Verona, la prova provata: è bastato perdere Koulibaly per soffrire uno scompenso serio: Rahmani ha perso sicurezza e smalto, mentre la metà sinistra della linea (Juan Jesus e Mario Rui) non poteva rivelarsi -come era troppo facile prevedere- all'altezza dell'impegno. Insomma, una fragilità decisiva su cui si è concretizzato un avvio ad handicap (il gol del Verona è frutto di due indecisioni gravi) che ha condizionato la gara intera, oltre a sottrarre serenità al gioco azzurro, viste le diverse occasioni fallite dagli scaligeri.
    Ma non basta: palesi segnali di affaticamento provengono da Anguissa e Fabian Ruiz -grandi assenti nella ripresa- come è ovvio che accada se la linea di centrocampo non ha, o quasi, il suo naturale turnover. Infine, il rendimento quasi nullo di Zielinski e Lozano continua a penalizzare seriamente un collettivo che non ha alternative nel ruolo di sottopunta se non Elmas, atavicamente inutile quando si tratta di stringere i tempi. Elementi a sufficienza per aprire qualche riflessione: a livelli di eccellenza il Napoli non può permettersi nè di giocare in dieci nè di ignorare l'importanza degli stati di forma, nè - figuriamoci - di ricorrere ai cambi in colpevole ritardo.
      Qualche sicurezza crolla, ma il Napoli resta lì, mentre molti si chiedono i motivi di una tranquillità popolare poco consona all’esuberanza partenopea. Ma quello che qualcuno riconosce come un segnale di maturità, è solo il sintomo di un malessere che viene da lontano. Il napoletano è stanco delle disillusioni, soprattutto se derivano da interventi estranei ai valori sportivi celebrati sul campo. Costretto con violenza emotiva alla cultura del sospetto, il tifoso riconosce ormai troppe variabili che portano alla disillusione. Scudetti persi in albergo, Champions mancate dopo partite “misteriose” (vedi lo scorso Napoli-Verona) o dopo rigori regalati alle concorrenti (per quello su Quadrado si ride ancora e si riderà per lustri), scarsa propensione allo sforzo economico da parte di un proprietà che sembra inerte, quasi disinteressata, nei passaggi decisivi: il tifoso è soggetto passivo e poco garantito. Il primo posto è come una grande e delicata bolla di sapone, perfetta nella sua geometria, ma destinata a rompersi alla prima collisione. Molto semplicemente, il napoletano sta proteggendo sè stesso dai colpi di un sistema che non lo invita a fidarsi. Probabilmente per una pura questione di incapacità.
     Gestire la delusione di oggi, comunque, non sarà affare semplice. Nel naturale tentativo di metabolizzare il passo falso col Verona, saremo portati a sottostimare la gravità di un pareggio che, nella dura realtà, trattiene in classifica il Napoli in un momento che poteva rivelarsi decisivo. Il colpo è stato durissimo: ammettiamolo pure, senza prenderci in giro.

(Fa.Cas.)

    Lo chiamano derby, ma è solo un fatto geografico fra due realtà calcistiche aliene tra loro. La carica emotiva che ha infiammato la partita ha, in realtà, una matrice assai diversa. Risultato in bilico, due espulsioni, una percezione di superiorità azzurra mai palpata concretamente, hanno reso la battaglia dell'Arechi molto più dura di quanto i valori in campo lasciassero prevedere. E' andata bene al Napoli: Zielinski raccoglierà gli onori dei titoli in un altro di suoi giorni grigi così come il Napoli si mantiene saldo in vetta nel momento in cui molte convinzioni potevano -lecitamente- traballare. Mantenere il vertice assicura la tranquillità per acquisire alcune consapevolezze. Farlo ora potrebbe aiutare poi.
    C'è un controsenso di fondo su cui poggiano molte convinzioni: il Napoli è una squadra a trazione anteriore. E' davvero così? Già prima dell'Arechi, la risposta era nei numeri. Quei tre gol subiti esprimono il valore reale, la premessa essenziale su cui costruire ogni fortuna. Il Napoli di Spalletti non subisce gol e non soffre le dinamiche viziose dello svantaggio. Il rendimento di Rahmani, lo stato di forma di Di Lorenzo, la ritrovata vena di Koulibaly e la leadership di Ospina sono le vere fondamenta di una squadra che ha trovato in Anguissa -con una buona dose di fortuna- un frangiflutti di livello internazionale su cui può appoggiarsi perfino il compassato talento di Fabian. L'attacco, ad essere franchi, grava sulle spalle di un solo giocatore, Osimhen, e sui circoli virtuosi che innesca la sua esuberanza. Perchè dalla cintola in su, oggi nel Napoli annaspano tutti: Zielinki è in ombra da un pezzo, Lozano e Mertens inseguono una ripresa assai lenta, Politano firma a stento il compitino, su Insigne gli opinionisti più colti inarcano il sopracciglio, tanto per usare una espressione riverente. Ad Elmas e Petagna resta il peso specifico dei comprimari.
    E' in questi momenti, visti i risultati, in cui emerge il lavoro di chi assembla un gruppo ancora perfettibile. A Spalletti non possono sfuggire i disagi del reparto anteriore nè le ricette per restituirlo ai valori noti.  Dopo la fatica delle dieci vittorie, una sola realtà preoccupa il tifoso: dietro Anguissa e Fabian, il piano B resta una pura teoria. Per quanto ancora?

(Fa.Cas)

 

 

 

     Alla prova del nove mancano solo i tre punti. Il Napoli torna dall'Olimpico con la consapevolezza della grande squadra: possesso di palla, dominio territoriale e cifra agonistica autorizzano grandi ambizioni, soprattutto ora che la prima prova della verità ha ampiamente dimostrato che la vetta non è stata questione di calendario. Anzi, il confronto con la Roma ha esaltato una evidenza già nota: l'eccellenza di un collettivo che subisce poche reti e spadroneggia a centrocampo (Anguissa continua a stupire e Fabian ne beneficia) merita la testa e copre perfino la desolazione di alcune caselle vuote. Zielinski non c'è, Politano non punge (come il suo alter ego Lozano), i limiti storici di Mario Rui - lasciato in libertà per scelta giallorossa- incatenano la fascia sinistra ad un rendimento appena sufficiente nella migliore delle ipotesi. E quando Insigne non accende la partita (capita, eccome), tocca ad Osimhen fare reparto - e bene- da solo.
    E' questo il motivo per il quale, nonostante le conferme che tutti attendevano, il tifoso mastica amaro ed assapora la sensazione dell'occasione mancata. Molti dei valori aggiunti devono ancora emergere: fra questi Mertens, lontano dai riflettori e quasi dimenticato nella percezione popolare. Relegato ad un ruolo troppo dimesso per le sue potenzialità, non viene proposto da Spalletti nella posizione di sottopunta, nemmeno ora che Elmas e Zielinski faticano ad esprimersi con concretezza.
   Quando l'emotività dei giudizi a caldo lascerà il posto alla ragione, l'amarezza della coabitazione in vetta apparirà come un male accettabile e probabilmente transitorio. Il calendario propone tre turni abbordabili, è facile prevedere nuove opportunità di fuga. C'è da temere l'unica, storica  variabile: la stanchezza. Chiedere a Gasperini: fra i complimenti di Manchester e le imprecazioni con l'Udinese, è un attimo.

(Fa.Cas.)

 

   
   
Contava vincere, ed il Napoli ha vinto. Partita sporchissima, l'ottava. Più di quanto non evocassero i fantasmi di un recente passato: per Juric un rispetto che va oltre la cabala, ad Ospina il merito di aver tenuto gli spettri fuori dal Maradona. Il vantaggio del Toro avrebbe complicato maledettamente il piacere della solitudine in vetta, già pericolante dopo l'errore dal dischetto di Insigne. Un altro degli episodi sbagliati nei momenti peggiori: l'incidenza effettiva di Lorenzo resta un rebus, tanto più complicato quanto si cerchi di tradurla in un ingaggio realistico. Ma la fatica del Napoli si spiega con gli stenti di giocatori che ancora rincorrono una forma decente: Politano, Zielinski, Lozano e lo stesso Insigne servono il collettivo ma non accendono la squadra. La velocità di Osimhen è l'unico valore aggiunto e riconosciuto di un gruppo non ancora inesorabile per altre vie. E quando la difesa tiene, attendere i ritardatari si può.
    In un contesto agonistico così vicino all'idillio, l'ultima settimana di sosta è stata quasi totalmente occupata dalla querelle sul rinnovo di Insigne. Una polemica ormai stantia, che ha finito solo col ribadire alcuni concetti: il primo è che la deriva morale che investe lo sport non riesce più a imporre ad una bandiera come Insigne, il dovere di capire il momento economico ed i sacrifici che spettano ad un figlio della città che egli stesso rappresenta. La pervicacia con la quale -evidentemente- il procuratore difende i suoi numeri è in totale contrasto sia con gli interessi della squadra che con le ricadute economiche che gli stessi tifosi sono ormai svelti a calcolare con malizia. E' una discrasia impossibile da dimenticare anche quando si fa leva sulla mozione degli affetti, un argomento omai inacidito che dovrebbe procedere a doppio senso, soprattutto nei momenti di crisi. La cassa di risonanza, infine, amplifica i dissapori: il circo mediatico, costretto a rimepire edizioni su edizioni specie nei momenti di pausa, crea ridondanze stucchevoli e controproducenti. Farsi del male è ormai quasi un dovere di cronaca.
   Il calendario non regala più pause. Anzi, chiama gli azzurri all'Olimpico in una delle prove di maturità più eloquenti, nella stessa giornata in cui Inter-Juve emetterà un altro verdetto pesante. Contro la Roma sarà uno scontro di carisma fra due personaggi dal passato ingombrante: Mourinho e Spalletti promettono spettacolo oltre il rettangolo di gioco. Ma la prova del nove non deve far paura: con ventiquattro punti, il conto in banca è già alto abbastanza per non temere inciampi.

(Fa.Cas)

 

 
   
Se le grandi stagioni emergono dalle lacrime e dal sangue dei gironi infernali, la serata di Firenze segna la nascita di un sogno. La magia del calcio regala scenari improbabili, forse contraddittori: il progetto azzurro supera la prova di maturità proprio nella serata in cui le individualità non brillano: con buona pace di Koulibaly, Rahmani, Di Lorenzo ed Osimhen, le altre stelle restano a guardare, stringono i denti quanto possono, sudano come poche altre volte. Senza mollare mai. Stavolta non è la cifra tecnica che sospinge il Napoli capolista, ma è proprio lì il conforto di chi mastica calcio: quando i piedi torneranno ad esprimersi, giocarsi il campionato sarà l’obiettivo minimo e la Champions League un fatto assodato. Nel collettivo azzurro manca l’apporto di Zielinski -mai poco concreto come oggi- ed il contributo appena apprezzabile dell’alter ego Elmas: una casella, tra le più importanti, oggi è tristemente vuota. Notarlo é solo un modo per evidenziare i margini di miglioramento di un gruppo che, con i recenti rientri, non mostra falle serie se non quella ormai atavica, in basso a sinistra.
    Per il resto, la gara di Europa League ha soltanto ribadito un concetto di fondo: puntare in maniera dichiarata su una competizione Europea può essere perfino un errore di programmazione. Infortuni, risorse fisiche e mentali e tempo sottratto alla pianificazione settimanale restano prezzi fatali da pagare lungo un percorso messo a rischio da un episodio banale quale una svista arbitrale od una espulsione, come lo scellerato Mario Rui ci ha ricordato giovedì. Lo stesso senso della realtà con il quale concludiamo che i proventi della Champions restano una risorsa imprescindibile (probabilmente l’unica), dovrebbe imporci di guardare con sospetto qualsiasi elemento che possa allontanarci da questo obiettivo. Soprattutto se il concetto di turnover suggerisce ad ogni turno delle modifiche ad un telaio che funziona bene in campionato, con i rischi che ciò comporta. Del resto, a partire da quarti (se non già dagli ottavi) le rivali sarebbero di un livello tale da prevedere scontri troppo sanguinosi per non temere ripercussioni in campionato. Insomma, l’adrenalina del tifoso in Europa ha un costo non sostenibile con le attuali dinamiche di incasso. Rischiare oggi sarebbe un suicidio domani, anche se a nessuno fa comodo ammetterlo in pubblico.
    Affrontare la sosta con la sottile soddisfazione della capolista in fuga è un lusso tanto più piacevole quanto più ci è sconosciuto. Napoli sta incassando con gli interessi le gioie della rivincita dalle recentissime delusioni. Gestire le emotività non è affare da poco: è il compito che mai avremmo creduto di affidare a Spalletti, già alla settima giornata e con ventuno punti in tasca. E’ tempo di godere, qualsiasi cosa ci attenda.

(Fa.Cas)

 

 
   
Brillante quanto basta, il Napoli incassa tre punti senza premere sull'acceleratore. La tranquillità di questo successo esprime le sicurezze di un gruppo che ormai dispone dell'avversario con la padronanza dei vincenti. Mazzarri si gioca le sue poche carte tentando di soffocare con marcature ad uomo gli spunti della mediana. In qualche modo appanna la manovra azzurra, ma le fiammate dei singoli mandano all'aria ogni resistenza: bastano un paio di guizzi di uno straripante Osimhen per trasformare gran parte della partita in pura accademia. Fieno nella cascina del Napoli, anche se Fabian Ruiz ed Anguissa mostrano nel finale i segnali delle prime fatiche.  Lo stato fisico degli unici titolari "obbligati" resta l'unica incognita di questi giorni, sospesi fra la realtà e i sogni leciti da capolista.
    Anzi, nell’ottica di una lunga cavalcata e dei successi che può mietere, sono in molti a scomodare parallelismi suggestivi. Ma c’è una premessa che rende tutto poco omogeneo con il recente passato: la novità dei cinque cambi è una svolta epocale che stravolge le dinamiche della gestione del gruppo e disegna modelli di alternanza più evoluti. Ed in questa nuova frontiera, Spalletti gode di una vastità di scelta che non ha molti paragoni col passato: la sua ostinata volontà di trattenere Ounas e Petagna -per esempio- ha reso la trazione anteriore del Napoli molto più composita ed incidente di quanto non lo fosse nell’epoca di Sarri -tanto per scomodare paragoni impegnativi- quando già in primavera si facevano i conti (o meglio, le spese) con le consunzioni fisiche di Mertens e Callejon, rotelle essenziali in un ingranaggio che già non poteva permettersi sostituzioni.    
    Va da sè che i cinque cambi rimodulano totalmente il concetto di turnover grazie ad una rotazione in corso d’opera che permette minutaggi più distribuiti da una parte e mosse dirompenti dall’altra. E’ qui dove il Napoli non ha rivali tra le sei sorelle. Il resto -come spesso accade- è in mano alla fortuna. E si fa molta fatica a credere che non abbia sorriso al Napoli nella scelta di Anguissa, l’uomo-copertina dopo le prime sei giornate. La tempistica del suo acquisto, concepito e concretizzatosi solo nelle ultime ore di mercato, lascia pochissimi dubbi sulla bassa priorità del camerunense , arrivato a Napoli in extremis ed a cifre vicine alla svendita. Quattrocentomila euro per il prestito, ingaggio pagato per metà dal Fulham, riscatto non obbligato: dettagli che avrebbero ingigantito i meriti della scelta di Anguissa se solo fosse stata definita quando c’era da arraffarlo subito: in avvio di mercato. Letteralmente inevitabile il raffronto con Bakayoko, chiamato a rattoppare lo stesso buco in simili (e pessime) tempistiche e con lo stesso budget. E con gli ovvi risultati.

(Fa.Cas.)

 

   

   

 

    Non vogliamo pompieri. KK affonda ancora la Juve sul filo di lana e i sogni del tifoso restano intoccabili, fino a quando classifica vorrà. E' tempo di godersi la sacrosanta compensazione del dopo-Verona, un conto ancora da saldare con una delusione orfana di padri e di motivi accetabili. Il Napoli ha spiccato il volo sulle ceneri di una Juventus che fu, ma poco importano i mali di cui soffre: infierire sui bianconeri in difficoltà aggiunge il sottile gusto di non perdonare chi ha fatto del risultato "l'unica cosa che conta". Troppo spesso e troppo impunemente sulle spalle altrui.
    Vincere all'ultimo respiro regala una ebbrezza che sottrae lucidità di analisi, ma bastano poche ore per cogliere risvolti che aumentano il valore di una impresa. Perchè è singolare il fatto che la grande vittoria del gruppo poggia su prestazioni appena sufficienti nei suoi singoli, poiché nessuno dei big ha acceso la miccia della rimonta o ha trascinato i compagni al successo. Altrettanto significativa è stata la prova di Anguissa, arrivato a Napoli con i tempi e gli entusiasmi dell'ultima scelta, ma già in grado di convincere per la concretezza del suo gioco e dei suoi piedi. La sua prestazione, anzi, apre prospettive tanto più rosee quanto più Fabian troverà modo di alleggerirsi dai carichi da incontrista per cui non è mai stato tagliato. Belle speranze sono risposte anche nel contributo di Ounas, un tipetto che ha ben pochi rivali nello spunto breve, capace -oggi a ragion veduta- di spaccare la partita con una facilità di giocata quasi disarmante.
      L'amor di verità registra anche un altro paio di evidenze: la scarsa efficacia di Osimhen negli spazi stretti e la volubile vena di Elmas, per il quale spesso si evocano qualità da trequartista, salvo poi ricredersi quando il gioco diventa davvero duro. Sono note di contorno in un tripudio di possesso palla (quasi il settanta per cento) che forse riporta l'attenzione sul valore aggiunto da un allenatore che sa giocarsela. La mano di Spalletti non sarà ancora nitida in campo, ma lo è nella dialettica e nell'atmosfera di spogliatoio. Ne hanno già fatto le spese i nervi del compaesano Allegri,  perfetto suicida in una polemica da perdente. All'orecchio di chi mastica calcio è arrivato il vero rantolo della Signora in coma. Ecco "l'unica cosa che conta", o quasi, da queste parti.

(Fa.Cas.)

 

     Senza scomodare Napoleone e la fortuna dei suoi generali, godiamoci Spalletti e lo stellone azzurro, tornato splendente con qualche mese di ritardo. I cento secondi prima del gol di Petagna hanno bruciato una settimana di speculazioni sul falso nueve, che Spalletti ha ipotizzato prima e sostenuto a oltranza poi, salvo giocarsi l'ariete di scorta sull'onda del tutto per tutto, raccogliendo infine una gloria trovata per caso. La sorte sostiene gli azzurri a cantiere ancora aperto e sollecita buone prospettive, proprio perchè sei punti arrivano a la quadratura ancora lontana e in perenne divenire. Di questo abbrivio di campionato ricorderemo la sontuosa condizione di Koulibaly, ma anche gli stenti di un centrocampo carente di effettivi e qualità, oggi affidato ai noti piedi di Lobotka e Fabian. E' l'aurea mediocrità di elementi che garantiscono una amministrazione onesta, ma compassata e senza fiammate. Il ritorno di Demme costituirà l'unica alternativa di peso, laddove oggi il solo Gaetano può garantire un cambio di pura freschezza atletica. Troppo poco per illudersi che ciò basti fino a giugno senza pagare dazi decisivi.
     Rientri eccellenti  e condizioni ancora approssimative accrescono il peso specifico dei sei punti già in carniere. Basti ricordare la forma del Lozano attuale - ben lontano dalle devastazioni arrecate lo scorso anno- e la solita altalena di rendimento di Elmas, puntualmente tornato generoso quanto inconsistente. Aspettando i ritorni dei grandi assenti, diverte la dialettica di Spalletti, intimamente preoccupato dalle carenze del centrocampo, ma pubblicamente chiamato a rispondere sull'importanza di ogni giocatore di un attacco esuberante nel numero nella cifra tecnica: Zielinski, Insigne, Politano, Mertens, Osimhen, Petagna, Ounas  e lo stesso Elmas sono valori oggettivi da cui sarebbe doloroso privarsi senza scrupoli.
    La nazionale impone la sua sosta, ma all'orizzonte c'è la Juve. Il distacco è di cinque punti, ma l'eterno gap da colmare riguarda la personalità. Perchè difendere la differenza di cinque punti avrebbe il suo significato, ma una vittoria che garantisse una voragine di otto punti dai bianconeri regalerebbe un tesoretto da gestire con la padronanza della squadra vincente. Sognare alla terza giornata si può.

(Fa.Cas.)
    

 

 


 

Condividi