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L’allenatore deve essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

Ancora sul Maradona

In Rete circolano i rendering delle immagini del nuovo Maradona. Alla fine, più o meno lo stesso disegno, con la sola eliminazione della pista di atletica. Si parla di tifosi a ridosso del campo, ma se si leggono i numeri, la distanza delle curve dal campo è ben  superiore a quella che attualmente c'è con il settore distinti.
C'è veramente da chiedersi a che gioco giochiamo.

Salvio Russo - Napoli

 

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    Cinque punti in sette partite,  ultimo nel gruppo delle migliori, il Napoli si ritrova, già verso fine settembre, a fare i conti con la classifica. L'avvio di campionato si rivela un intervallo subdolo: da una parte, la tolleranza per chi deve rifinire la rosa, dall'altra il rigore dei risultati. I tre punti valgono ad agosto come a giugno. Ad avversarie lontane, capita di risvegliarsi storditi, di passare dalla pianificazione alla disperazione in un amen, di affrontare il ritardo con l'affanno (e lo stupore) di chi non se lo aspetta. La vittoria dei pessimisti si accompagna al piglio strafottente di Massimilano Allegri. Uno stato d'animo condito da sorrisi e apparente noncuranza, che sembra suggerire una percezione sinistra: il Napoli è semplicemente ciò che dovrebbe essere, inutile aspettarsi altro da un organico logoro, poco rinnovato e con limiti palesi. Insomma, il distacco aziendalista di Allegri sembrerebbe certificare l'ambizione perduta. Un corto circuito che il tifoso non può tollerare, a sole cinque partite dall'avvio.
   Una suggestione? Può essere. Ma c'è una novità chiara che lascia perplessi. Difficilmente il Napoli, dopo marchiani errori di mercato, si era ritrovato a puntare, nella stagione successiva, sugli stessi nomi che lo avevano tradito. La ricerca del nuovo è sempre parsa la risposta più ovvia di dare alla gente ed all'organico. Quest'anno, la stolida insistenza sui nomi già ripudiati di Lang, Lucca e Marin (altro che sfortuna, il piede si allunga sul tiro avversario solo se si e certi di intervenire bene), assume il carattere della persecuzione, piuttosto che di un recupero tecnico impossibile. Si leverebbe un segnale chiaro: la salvaguardia del capitale speso è superiore agli interessi della squadra. L'ipotesi angosciante accompagna i trenta minuti concessi a Lucca, fervidamente impegnato nella memorabile impresa di superare Calderon nell'Olimpo delle patacche azzurre.
   Secondo un abusato detto, la sosta per la nazionale (ora perfino doppia), può servire per riordinare muscoli ed idee. E sarebbe anche logico, considerati i titolari ancora assenti ed una identità di gioco ancora in alto mare. Le certezze sono due: da un lato, la squadra -nonostante i suoi limiti- non ha mostrato il suo potenziale e non può che migliorare. Dall'altro, Allegri non ha espresso valori aggiunti a compensazione dei difetti di organico. Perche c'è risultatista e risultatista. Ma questa è un'altra storia. O forse, la stessa.

(Fa.Cas.)
   



   

 

    Dopo una doccia di emozioni si fa presto a dire tutto ed il contrario di tutto. E magari con giusta ragione, poichè oggi il tifoso si ritrova a sviscerare due Napoli: quello che regge, riparte, tiene il campo e trova due gol, e quello chiamato a difendere il doppio vantaggio: un collettivo mentalmente debole, intimidito dalla disperazione nerazzurra e colpevole di non aver trasformato in reti le opportunità piovute nel finale. La lettura della partita dovrebbe iniziare dai tre minuti tra il raddoppio di Hojlund e la prima rete di Lautaro. E' giusto il tempo del passaggio mentale decisivo, quello in cui la squadra in vantaggio legittima col carattere la sua superiorità e impone palleggio e nervi saldi, trasformando in frustrazione gli accenni di reazione e rabbia. La differenza con la squadra padrona è tutta lì, una miscela di tecnica e nervi, nella quale, ahinoi, il cifra del singolo resta determinante. La rete di Lautaro, nella quale Politano si tiene bellamente a tre metri dall'uomo che doveva marcare (Di Marco), permettendogli l'assist per l'argentino, segna il momento decisivo della gara ed i limiti di chi non ha gli attributi adatti. E finisce -prima o poi- col cedere.
    Amano chiamarli sliding doors, momenti topici che segnano fortuitamente il passaggio fra un destino e l'altro. Fiumi di inchiostro scorreranno sulla rimodulazione tattica voluta da Allegri e sulle occasioni fallite da Neres prima e da Anguissa poi. Il punto è che tutte le valutazioni sono lecite, ma, prima, vengono filtrate dalla qualità dei singoli in campo. E' facile attaccare Allegri su una sua decisione, peraltro plausibile. Ma i centonovantaquattro centimetri di Badiashile vengono meno su una palla alta, Rafa Marin e Spinazzola restano a tre metri da Lautaro in agguato per il tap-in della vittoria.  E' possibile maledire la sorte, ma Anguissa è all'ennesimo errore di un'altra partita grigia e Neres è ancora lontano da una forma accettabile. I cambi non hanno deciso la partita per volere dello Spirito Santo. La hanno determinata perchè ne è conseguito un gap di qualità troppo vistoso. Molto semplice, se vogliamo.
    Mentre gli ottimisti coccolano una prestazione superiore agli standard visti con Como e Genoa, la terza giornata ci consegna un verdetto amaro: il Napoli è già a sei punti dalla vetta. Inutile nascondersi: è un handicap molto grave, che ha l'unico merito di dimensionare realisticamente gli obiettivi accessibili. La sfida con l'Arsenal proietta subito il Napoli sul domani, ma può abbattere un morale già traballante. Nell'angoscia del momento, i sorrisi di Allegri trasmettono sensazioni ambigue: è proprio questo lo stato d'animo corretto?

(Fa.Cas.)

 

    E' solo calcio d'agosto. Tocca ricorrere ad uno dei detti più abusati per trovare una speranza che nasconda l'avvilimento. Con molta buona volontà, poichè le indicazioni favorevoli sono poche, quasi inesistenti. Il Napoli, semplicemente, non c'è.  Il tifoso si ritrova tra le macerie già alla seconda partita di campionato, anestetizzato nell'entusiasmo e vittima dei subdoli messaggi estivi. Quelli trasmessi dall'aziendalismo di Allegri, che sottintende qualità ma sorvola sulle carenze. Quelli insinuati dal recente secondo posto, che testimonia eccellenze  ma ne nasconde le consunzioni. Quelli prodotti dalla apertura (forzata) alla seconda possibilità, che ricicla fallimenti già provati riproponendone i danni. Quelli -infine- nutriti da una convinzione logica: che gli infortuni abbiano tarpato le ali ad un collettivo già completo. Il Napoli di quest'anno è un tripudio di equivoci ed illusioni, nati sull'onda lunga di un solo fallimento acclarato: la campagna acquisti della stagione scorsa. Una sciagura assoluta, che prima ha azzerato le finanze e poi ha inchiodato il Napoli sulle sue fragilità, obbigandolo alla paralisi.
    Intendiamoci, la serata scorsa è una di quelle che mostrano il cielo più plumbeo di quanto non sia davvero. E non perchè il caso ha voluto che proprio il giochismo di Fabregas abbia mortificato la dottrina opposta, quanto perchè il divario sembra avere una evidente base atletica. Quando il Napoli è sulle gambe (certo, è singolare che succeda dopo una preparazione poco spinta) l'enfasi dei commenti rimarca l'età di alcuni, la sazietà di altri, i difetti di motivazione di chi è ai saluti o soltanto di chi vorrebbe esserci. Il fiato corto, quando c'è, è come una lente di ingrandimento sui percorsi personali. E quando è la spina dorsale sotto esame, il Napoli si scopre vecchio, inadeguato, quasi patetico. E uno scenario già visto ma - vivaddio- più volte superato. Le speranze azzurre possono ripartire solo dagli insegnamenti e dalle false condanne dei momenti più neri.
    La lettura più ottimistica prevederebbe una parabola di rendimento di cui Allegri è padrone e conoscitore profondo. Ancora una volta, come già nelle ultime due stagioni, tocca arrendersi ad un esercizio di fede nel tecnico di esperienza. Dopotutto, il Napoli non può essere questo, nè può esserlo così presto. La concretezza di Allegri può seguire le sue vie, magari tortuose o insospettabili. Le nuove sfide con Inter prima ed Arsenal poi possono cancellare le tracce di un morbido capitombolo sulla sabbia. Come nel calcio d'agosto, appunto.

Fa.Cas.

    Dal "risultatismo" al "corto muso" il passo è stato breve, brevissimo. Un po' tormentato, magari, giusto nell'intervallo necessario per realizzare che le dinamiche economiche - che impongono concretezza e non estetica- sono l'unico volano che garantisce stabilità e lotta  per la zona Champions. La sopravvivenza del Napoli non può permettersi di inciampare nelle suggestioni del bel gioco: è questa la logica che ha realizzato il memorabile controsenso estivo, ossia il trapasso da un risultatista ripudiato ad un altro che ha fatto ben peggio di lui.
    Ma il riconoscimento di questa dinamica non è stata l'unica presa di coscienza popolare: la benevola rassegnazione con la quale il tifoso -badare bene: per la prima volta- ha sopportato per tre mesi una campagna estiva praticamente inerte, poggia su due intime consapevolezze. La prima -forse la più responsabile- consiste nell'aver capito che i quasi trecento milioni scialacquati in due anni oggi comportano sacrifici ovvi e ravvedimenti di spesa. La seconda, più significativa e legata alle recenti scottature, deriva dall'inutilità di appassionarsi e coltivare entusiasmi per profili di livello medio o medio-alto, magari ignoti alla massa, che alla prova dei fatti si rivelano zavorre costose e poco funzionali, se non irrilevanti. Ecco perchè la piazza è rapita dalla filosofia della prima ora: giovani di prospettiva, promesse vincenti nella tecnica e nel ritorno economico. Ne è la prova già provata la singolare parabola del gioiellino Vergara - ai margini della prima squadra e poi elemento di punta per necessità fortuite- che ha inciso così tanto nell'immaginario popolare da sublimare anche l'arrivo di Favasuli, rampante quanto dovrebbe esserlo una vera economia virtuosa.
    Si dirà: ed allora, il Napoli è fermo alla stagione scorsa? Potrebbe esserlo nei nomi e nell'analisi dei punti deboli, poichè una squadra asfittica in fase conclusiva non ha, fino ad ora, nuovi nomi e suggestioni da accarezzare. Ma -ed è questo il punto centrale- senz'altro non lo è per disponibiltà di organico. La sequela di infortuni di cui Conte fu vittima nella scorsa stagione, ha almeno consegnato ad  Allegri una squadra numericamente reintegrata, nei fatti esuberante, con ricambi di valore assoluto già nel corso della partita. La vittoria di Genova ne è esempio palese: ad Allegri, oggi stratega vincente, è toccata l'opportunità -per nulla scontata- di pescare bene e di vincere in corsa. Nell'attesa di un colpo finale, il Napoli dalla panchina lunga è partito con una spintarella. Alla fine, nessuno ci farà caso: in Italia, funziona così.

(Fa.Cas.)

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