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Nel calcio c'è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono.

                (Vujadin Boskov)

 

  Il  tifoso si sfoga

E il terzino?

Questa storia si sta trasformando in una barzelletta. Possibile che le capacità di cassa siano così ridotte da non poter prendere un giocatore che ci manca da anni? Se Spalletti ha accettato una cosa simile, allora vuol dire davvero che non ha tutta questa personalità.

NIcola Martusciello- Napoli 

 

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Contava vincere, ed il Napoli ha vinto. Partita sporchissima, l'ottava. Più di quanto non evocassero i fantasmi di un recente passato: per Juric un rispetto che va oltre la cabala, ad Ospina il merito di aver tenuto gli spettri fuori dal Maradona. Il vantaggio del Toro avrebbe complicato maledettamente il piacere della solitudine in vetta, già pericolante dopo l'errore dal dischetto di Insigne. Un altro degli episodi sbagliati nei momenti peggiori: l'incidenza effettiva di Lorenzo resta un rebus, tanto più complicato quanto si cerchi di tradurla in un ingaggio realistico. Ma la fatica del Napoli si spiega con gli stenti di giocatori che ancora rincorrono una forma decente: Politano, Zielinski, Lozano e lo stesso Insigne servono il collettivo ma non accendono la squadra. La velocità di Osimhen è l'unico valore aggiunto e riconosciuto di un gruppo non ancora inesorabile per altre vie. E quando la difesa tiene, attendere i ritardatari si può.
    In un contesto agonistico così vicino all'idillio, l'ultima settimana di sosta è stata quasi totalmente occupata dalla querelle sul rinnovo di Insigne. Una polemica ormai stantia, che ha finito solo col ribadire alcuni concetti: il primo è che la deriva morale che investe lo sport non riesce più a imporre ad una bandiera come Insigne, il dovere di capire il momento economico ed i sacrifici che spettano ad un figlio della città che egli stesso rappresenta. La pervicacia con la quale -evidentemente- il procuratore difende i suoi numeri è in totale contrasto sia con gli interessi della squadra che con le ricadute economiche che gli stessi tifosi sono ormai svelti a calcolare con malizia. E' una discrasia impossibile da dimenticare anche quando si fa leva sulla mozione degli affetti, un argomento omai inacidito che dovrebbe procedere a doppio senso, soprattutto nei momenti di crisi. La cassa di risonanza, infine, amplifica i dissapori: il circo mediatico, costretto a rimepire edizioni su edizioni specie nei momenti di pausa, crea ridondanze stucchevoli e controproducenti. Farsi del male è ormai quasi un dovere di cronaca.
   Il calendario non regala più pause. Anzi, chiama gli azzurri all'Olimpico in una delle prove di maturità più eloquenti, nella stessa giornata in cui Inter-Juve emetterà un altro verdetto pesante. Contro la Roma sarà uno scontro di carisma fra due personaggi dal passato ingombrante: Mourinho e Spalletti promettono spettacolo oltre il rettangolo di gioco. Ma la prova del nove non deve far paura: con ventiquattro punti, il conto in banca è già alto abbastanza per non temere inciampi.

(Fa.Cas)

 

 
   
Se le grandi stagioni emergono dalle lacrime e dal sangue dei gironi infernali, la serata di Firenze segna la nascita di un sogno. La magia del calcio regala scenari improbabili, forse contraddittori: il progetto azzurro supera la prova di maturità proprio nella serata in cui le individualità non brillano: con buona pace di Koulibaly, Rahmani, Di Lorenzo ed Osimhen, le altre stelle restano a guardare, stringono i denti quanto possono, sudano come poche altre volte. Senza mollare mai. Stavolta non è la cifra tecnica che sospinge il Napoli capolista, ma è proprio lì il conforto di chi mastica calcio: quando i piedi torneranno ad esprimersi, giocarsi il campionato sarà l’obiettivo minimo e la Champions League un fatto assodato. Nel collettivo azzurro manca l’apporto di Zielinski -mai poco concreto come oggi- ed il contributo appena apprezzabile dell’alter ego Elmas: una casella, tra le più importanti, oggi è tristemente vuota. Notarlo é solo un modo per evidenziare i margini di miglioramento di un gruppo che, con i recenti rientri, non mostra falle serie se non quella ormai atavica, in basso a sinistra.
    Per il resto, la gara di Europa League ha soltanto ribadito un concetto di fondo: puntare in maniera dichiarata su una competizione Europea può essere perfino un errore di programmazione. Infortuni, risorse fisiche e mentali e tempo sottratto alla pianificazione settimanale restano prezzi fatali da pagare lungo un percorso messo a rischio da un episodio banale quale una svista arbitrale od una espulsione, come lo scellerato Mario Rui ci ha ricordato giovedì. Lo stesso senso della realtà con il quale concludiamo che i proventi della Champions restano una risorsa imprescindibile (probabilmente l’unica), dovrebbe imporci di guardare con sospetto qualsiasi elemento che possa allontanarci da questo obiettivo. Soprattutto se il concetto di turnover suggerisce ad ogni turno delle modifiche ad un telaio che funziona bene in campionato, con i rischi che ciò comporta. Del resto, a partire da quarti (se non già dagli ottavi) le rivali sarebbero di un livello tale da prevedere scontri troppo sanguinosi per non temere ripercussioni in campionato. Insomma, l’adrenalina del tifoso in Europa ha un costo non sostenibile con le attuali dinamiche di incasso. Rischiare oggi sarebbe un suicidio domani, anche se a nessuno fa comodo ammetterlo in pubblico.
    Affrontare la sosta con la sottile soddisfazione della capolista in fuga è un lusso tanto più piacevole quanto più ci è sconosciuto. Napoli sta incassando con gli interessi le gioie della rivincita dalle recentissime delusioni. Gestire le emotività non è affare da poco: è il compito che mai avremmo creduto di affidare a Spalletti, già alla settima giornata e con ventuno punti in tasca. E’ tempo di godere, qualsiasi cosa ci attenda.

(Fa.Cas)

 

 
   
Brillante quanto basta, il Napoli incassa tre punti senza premere sull'acceleratore. La tranquillità di questo successo esprime le sicurezze di un gruppo che ormai dispone dell'avversario con la padronanza dei vincenti. Mazzarri si gioca le sue poche carte tentando di soffocare con marcature ad uomo gli spunti della mediana. In qualche modo appanna la manovra azzurra, ma le fiammate dei singoli mandano all'aria ogni resistenza: bastano un paio di guizzi di uno straripante Osimhen per trasformare gran parte della partita in pura accademia. Fieno nella cascina del Napoli, anche se Fabian Ruiz ed Anguissa mostrano nel finale i segnali delle prime fatiche.  Lo stato fisico degli unici titolari "obbligati" resta l'unica incognita di questi giorni, sospesi fra la realtà e i sogni leciti da capolista.
    Anzi, nell’ottica di una lunga cavalcata e dei successi che può mietere, sono in molti a scomodare parallelismi suggestivi. Ma c’è una premessa che rende tutto poco omogeneo con il recente passato: la novità dei cinque cambi è una svolta epocale che stravolge le dinamiche della gestione del gruppo e disegna modelli di alternanza più evoluti. Ed in questa nuova frontiera, Spalletti gode di una vastità di scelta che non ha molti paragoni col passato: la sua ostinata volontà di trattenere Ounas e Petagna -per esempio- ha reso la trazione anteriore del Napoli molto più composita ed incidente di quanto non lo fosse nell’epoca di Sarri -tanto per scomodare paragoni impegnativi- quando già in primavera si facevano i conti (o meglio, le spese) con le consunzioni fisiche di Mertens e Callejon, rotelle essenziali in un ingranaggio che già non poteva permettersi sostituzioni.    
    Va da sè che i cinque cambi rimodulano totalmente il concetto di turnover grazie ad una rotazione in corso d’opera che permette minutaggi più distribuiti da una parte e mosse dirompenti dall’altra. E’ qui dove il Napoli non ha rivali tra le sei sorelle. Il resto -come spesso accade- è in mano alla fortuna. E si fa molta fatica a credere che non abbia sorriso al Napoli nella scelta di Anguissa, l’uomo-copertina dopo le prime sei giornate. La tempistica del suo acquisto, concepito e concretizzatosi solo nelle ultime ore di mercato, lascia pochissimi dubbi sulla bassa priorità del camerunense , arrivato a Napoli in extremis ed a cifre vicine alla svendita. Quattrocentomila euro per il prestito, ingaggio pagato per metà dal Fulham, riscatto non obbligato: dettagli che avrebbero ingigantito i meriti della scelta di Anguissa se solo fosse stata definita quando c’era da arraffarlo subito: in avvio di mercato. Letteralmente inevitabile il raffronto con Bakayoko, chiamato a rattoppare lo stesso buco in simili (e pessime) tempistiche e con lo stesso budget. E con gli ovvi risultati.

(Fa.Cas.)

 

   

   

 

    Non vogliamo pompieri. KK affonda ancora la Juve sul filo di lana e i sogni del tifoso restano intoccabili, fino a quando classifica vorrà. E' tempo di godersi la sacrosanta compensazione del dopo-Verona, un conto ancora da saldare con una delusione orfana di padri e di motivi accetabili. Il Napoli ha spiccato il volo sulle ceneri di una Juventus che fu, ma poco importano i mali di cui soffre: infierire sui bianconeri in difficoltà aggiunge il sottile gusto di non perdonare chi ha fatto del risultato "l'unica cosa che conta". Troppo spesso e troppo impunemente sulle spalle altrui.
    Vincere all'ultimo respiro regala una ebbrezza che sottrae lucidità di analisi, ma bastano poche ore per cogliere risvolti che aumentano il valore di una impresa. Perchè è singolare il fatto che la grande vittoria del gruppo poggia su prestazioni appena sufficienti nei suoi singoli, poiché nessuno dei big ha acceso la miccia della rimonta o ha trascinato i compagni al successo. Altrettanto significativa è stata la prova di Anguissa, arrivato a Napoli con i tempi e gli entusiasmi dell'ultima scelta, ma già in grado di convincere per la concretezza del suo gioco e dei suoi piedi. La sua prestazione, anzi, apre prospettive tanto più rosee quanto più Fabian troverà modo di alleggerirsi dai carichi da incontrista per cui non è mai stato tagliato. Belle speranze sono risposte anche nel contributo di Ounas, un tipetto che ha ben pochi rivali nello spunto breve, capace -oggi a ragion veduta- di spaccare la partita con una facilità di giocata quasi disarmante.
      L'amor di verità registra anche un altro paio di evidenze: la scarsa efficacia di Osimhen negli spazi stretti e la volubile vena di Elmas, per il quale spesso si evocano qualità da trequartista, salvo poi ricredersi quando il gioco diventa davvero duro. Sono note di contorno in un tripudio di possesso palla (quasi il settanta per cento) che forse riporta l'attenzione sul valore aggiunto da un allenatore che sa giocarsela. La mano di Spalletti non sarà ancora nitida in campo, ma lo è nella dialettica e nell'atmosfera di spogliatoio. Ne hanno già fatto le spese i nervi del compaesano Allegri,  perfetto suicida in una polemica da perdente. All'orecchio di chi mastica calcio è arrivato il vero rantolo della Signora in coma. Ecco "l'unica cosa che conta", o quasi, da queste parti.

(Fa.Cas.)

 

     Senza scomodare Napoleone e la fortuna dei suoi generali, godiamoci Spalletti e lo stellone azzurro, tornato splendente con qualche mese di ritardo. I cento secondi prima del gol di Petagna hanno bruciato una settimana di speculazioni sul falso nueve, che Spalletti ha ipotizzato prima e sostenuto a oltranza poi, salvo giocarsi l'ariete di scorta sull'onda del tutto per tutto, raccogliendo infine una gloria trovata per caso. La sorte sostiene gli azzurri a cantiere ancora aperto e sollecita buone prospettive, proprio perchè sei punti arrivano a la quadratura ancora lontana e in perenne divenire. Di questo abbrivio di campionato ricorderemo la sontuosa condizione di Koulibaly, ma anche gli stenti di un centrocampo carente di effettivi e qualità, oggi affidato ai noti piedi di Lobotka e Fabian. E' l'aurea mediocrità di elementi che garantiscono una amministrazione onesta, ma compassata e senza fiammate. Il ritorno di Demme costituirà l'unica alternativa di peso, laddove oggi il solo Gaetano può garantire un cambio di pura freschezza atletica. Troppo poco per illudersi che ciò basti fino a giugno senza pagare dazi decisivi.
     Rientri eccellenti  e condizioni ancora approssimative accrescono il peso specifico dei sei punti già in carniere. Basti ricordare la forma del Lozano attuale - ben lontano dalle devastazioni arrecate lo scorso anno- e la solita altalena di rendimento di Elmas, puntualmente tornato generoso quanto inconsistente. Aspettando i ritorni dei grandi assenti, diverte la dialettica di Spalletti, intimamente preoccupato dalle carenze del centrocampo, ma pubblicamente chiamato a rispondere sull'importanza di ogni giocatore di un attacco esuberante nel numero nella cifra tecnica: Zielinski, Insigne, Politano, Mertens, Osimhen, Petagna, Ounas  e lo stesso Elmas sono valori oggettivi da cui sarebbe doloroso privarsi senza scrupoli.
    La nazionale impone la sua sosta, ma all'orizzonte c'è la Juve. Il distacco è di cinque punti, ma l'eterno gap da colmare riguarda la personalità. Perchè difendere la differenza di cinque punti avrebbe il suo significato, ma una vittoria che garantisse una voragine di otto punti dai bianconeri regalerebbe un tesoretto da gestire con la padronanza della squadra vincente. Sognare alla terza giornata si può.

(Fa.Cas.)
    

 

 

    "Non mi manca nulla". C'è questo epitaffio sulla lapide sepolcrale del mercato del Napoli. Una sentenza scritta a fine agosto, ma concepita già molto prima. Aziendalista per vocazione e grande assente da troppo per recalcitrare già in estate, Spalletti ondeggia sicuro di sè tra le dichiarazioni di stima e gli slogan di inizio stagione. Altro non può. La tragedia sportiva consumatasi col Verona ha gettato la società in una paralisi che non ha paragoni a memoria di tifoso. Una impotenza raccapricciante nei numeri e nella gestione, poichè il Napoli non incanala spiccioli ed entusiasmi nemmeno nello scouting di nuovi talenti. Non ne ha voglia e -secondo alcuni- grande capacità.  Tocca al tecnico agitare acque stagnanti, inventando formule che attribuiscano valori aggiunti a quelli già sedimentati e sofferti. E' l'unica speranza del tifoso, incredulo di fronte ad alcune caselle vuote da anni. La Caporetto azzurra ha il volto del terzino sinistro che non c'è. Da secoli.
    E non basta. Alcune dinamiche perverse impediscono di chiarirsi le idee in maniera nitida. Il campionato comincia presto, alcuni cardini tornano a Napoli alla spicciolata ed a preparazione quasi conclusa, vecchi e nuovi infortuni mascherano i progetti tecnici, il calciomercato assorbe concentrazione e mischia le carte a stagione già aperta, condizione e modulo sono ancora (ovviamente) in divenire. Ed è così che dopo l'insignificante vittoria col neopromosso Venezia ci si ritrova ancora a discutere sui chiacchierati attributi di Insigne e sulla delicatezza con cui vengono ostentati, sulla ritrovata combattività rispetto alla gara col Verona (come se fosse un degno termine di paragone!) e sulla nuova silhouette di Lobotka, ormai celebrata più di certe curve in primo piano su DAZN. E' il trionfo del nulla, poiché ad agosto nulla è definitivo. Tranne i punti già in palio.
    Per tutti questi motivi, al tifoso non resta che un unico riferimento solido (Spalletti) e il grande atto di fede riposto in lui. Esisterebbero anche elementi tecnici su cui poggiare qualche certezza (il talento ancora inespresso di Elmas o la maturazione di Osimhen, giusto per citarne un paio), ma una pesante rivalutazione della cifra tecnica azzurra potrebbe mortificare oltre il verosimile la competenza dei tecnici che sono andati via. Se vogliamo, giochiamoci pure questa suggestione: le illusioni non vanno mai a bilancio.

(Fa.Cas)


 

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